La testimonianza

Bernardino Zanella, 81 anni, frate dell’ordine dei Servi di Maria, è una figura centrale nella storia delle lotte operaie in difesa della salute sviluppatesi a partire dalla metà degli anni Settanta dentro la Eternit di Casale Monferrato (Alessandria), la città-martire dove l’amianto disperso negli ambienti di lavoro e di vita della fabbrica maledetta ha causato migliaia di morti e dove ancora oggi si contano una cinquantina di decessi e di nuove diagnosi di mesotelioma pleurico all’anno. Una città che in occasione della Giornata mondiale delle vittime del 28 aprile scorso ha potuto riabbracciare questo prete-operaio che mancava da quarant’anni ma di cui tutti hanno già sentito parlare.

Bernardino Zanella, 81 anni, frate dell’ordine dei Servi di Maria, è una figura centrale nella storia delle lotte operaie in difesa della salute sviluppatesi a partire dalla metà degli anni Settanta dentro la Eternit di Casale Monferrato (Alessandria), la città-martire dove l’amianto disperso negli ambienti di lavoro e di vita della fabbrica maledetta ha causato migliaia di morti e dove ancora oggi si contano una cinquantina di decessi e di nuove diagnosi di mesotelioma pleurico all’anno. Una città che in occasione della Giornata mondiale delle vittime del 28 aprile scorso ha potuto riabbracciare questo prete-operaio che mancava da quarant’anni ma di cui tutti hanno già sentito parlare.

Colto e plurilaureato, don Bernardino Zanella contribuì infatti in modo determinante a far emergere alcune verità che la proprietà della multinazionale dell’amianto cercava di nascondere, ma anche a vincere il sentimento di rassegnazione che all’epoca regnava tra i lavoratori, favorendo così l’avvio di una stagione di forte conflittualità con l’azienda (controllata dal  miliardario svizzero Stephan Schmidheiny) sui temi della salute, con decine di scioperi e centinaia di cause medico-legali. Una stagione in cui si sono gettate le basi per le battaglie sindacali e sociali dei decenni successivi (e tuttora in corso): per la giustizia, per la bonifica del territorio e per la ricerca sul mesotelioma. Non è un caso che il nome di Bernardino Zanella sia stato più volte evocato durante il maxi-processo Eternit di Torino, da cui Schmidheiny si è “salvato” solo grazie alla prescrizione ma che ha consentito di accertare molte tragiche verità.


La centralità del suo ruolo traspare anche dai suoi racconti su quella parentesi di vita vissuta a Casale Monferrato, un periodo breve ma intenso. Vi arrivò nel 1974 dopo aver abbandonato con altri quattro frati la comunità dove vivevano in Veneto (in dissenso con la posizione ufficiale della Chiesa in materia di divorzio) e se ne andò nel 1977,  chiamato a proseguire il suo impegno pastorale in America latina, dove ha operato in Uruguay, Bolivia e Argentina, svolgendo essenzialmente attività sociali, assistenziali e di educazione.
«Non ho grandi rivelazioni da fare», esordisce Bernardino Zanella nell’incontro pubblico organizzato dall’Associazione dei familiari e delle vittime dell’amianto, cui partecipa anche una dozzina di ex dipendenti dell’Eternit. Ormai ne sono rimasti pochi: più dell’80 per cento è morto ammazzato dall’amianto. Non resta allora che affidarsi al ricordo «di tante persone, di tanti volti, di tanti colleghi di lavoro che oggi avrei voluto incontrare ma che non ci sono più», osserva Zanella.


«Quando arrivai a Casale con altri quattro fratelli costituimmo una comunità di sacerdoti. Lavoravamo tutti. L’idea era di vivere secondo l’antico precetto dei monaci: “prega e lavora”. Non volevamo entrare nel mondo operaio per convertire qualcuno, ma semplicemente per condividere le condizioni di tutti, lavorando per vivere e per poter svolgere il culto a titolo totalmente gratuito, per non avere nulla che invadesse la semplicità della nostra vita».


All’Eternit «venni assegnato al reparto manutenzione: un ruolo che mi consentirà di girare liberamente tutti i reparti della fabbrica e di venire a conoscenza della situazione delle differenti lavorazioni».
L’impatto con l’Eternit fu brutale: «Già il secondo giorno di lavoro c’è stato un funerale di un ex dipendente. Alla messa c’era un silenzio che mi colpì, perché non era un silenzio di rabbia, ma di accettazione. Come se quella morte fosse un destino inevitabile. A conferma di questa mia sensazione, le considerazioni di alcuni colleghi: “È così. Di qualcosa bisogna pur morire, noi moriamo di Eternit...”, mi dicevano. E no, risposi. Noi siamo qui a lavorare per vivere e non per morire. Ho allora cominciato a interrogarmi su cosa si potesse fare. Una prima risposta arrivò dal sindacato, che proprio in quegli anni cominciava a svegliare le coscienze degli operai sulla questione della salute. Con alcuni compagni di lavoro partecipammo a un corso sulla salute sui luoghi di lavoro tenuto dalla facoltà di medicina dell’Università di Genova, da cui apprendemmo tutta una serie di nozioni che in seguito portammo dentro le assemblee».


Anche se la polvere era dappertutto e dunque ben visibile, la prima cosa da fare era un’analisi dettagliata dello stato di salubrità di ogni angolo dello stabilimento. «La resistenza iniziale – ricorda Zanella – non veniva dalla direzione ma dagli operai stessi. Perché erano operai dell’Eternit, la fabbrica in cui tutti speravano ci potessero un giorno lavorare anche i loro figli. Eternit era la “grande madre” che dava da mangiare a tutta la città». «Non era facile liberarsi dall’abbraccio mortale di quella fabbrica – conferma Nicola Pondrano, membro del consiglio di fabbrica che lavorava in stretta collaborazione con Zanella –, perché quella fabbrica ti dava tutto: aumenti salariali, premi di fedeltà, le colonie estive, l’asilo nido e la festa della befana per i nostri figli, persino l’olio d’oliva (un tempo bene di lusso inaccessibile per le famiglie operaie, ndr)». Ma la cosa piano piano riuscì, anche grazie alla determinazione di Bernardino Zanella. La sfida era quella di «svegliare le coscienze degli operai». A partire da alcuni dati di fatto: «Facendo per esempio delle ricerche sulla salute dei genitori, dei nonni, degli zii e dei parenti veniva fuori che tutti erano morti a causa dell’amianto».
«Personalmente all’epoca – spiega don Zanella – non avevo coscienza che l’amianto fosse invincibile. Avevo solo percepito che era pericolosissimo e che bisognava creare degli strumenti di protezione». Si partì dunque con l’indagine ambientale: «Con una piccola commissione sindacale andammo reparto per reparto analizzando la situazione di ogni operaio, di ogni macchina, di ogni punto di contaminazione e allestimmo un corposo dossier sulla situazione di ciascuno indicando una serie di proposte operative per limitare il rischio fatte dagli operai stessi. Dedicai tutte le ferie estive per mettere insieme i dati e le rivendicazioni, battere a macchina i documenti e passarli su matrici per poi dare copia a ciascun operaio della parte riguardante il suo reparto». L’iniziativa aveva richiamato una certa attenzione. «Al punto che un giorno, mentre stavamo estendendo le relazioni, venne persino a farci “visita” il maresciallo dei Carabinieri. Voleva vedere cosa stessimo facendo e quali intenzioni avessimo. Gli feci un resoconto dettagliato, senza nascondere nulla e senza far supporre niente. Gli spiegai che l’intenzione era di creare nuove condizioni di lavoro. Una rivendicazione che in seguito facemmo valere davanti alla direzione».


Ma quali furono le risposte della proprietà di fronte al quadro inquietante (i sacchi aperti con un coltello, l’amianto messo con le mani nelle tramogge, lastre e tubi tagliati a secco senza alcuna protezione, i camion carichi di amianto che uscivano dalla fabbrica e attraversavano l’intera città senza alcuna copertura eccetera) che usciva dall’indagine? «Quando iniziammo a dire che l’amianto uccide, la proprietà fu: “Non è vero. È il fumo delle sigarette ad uccidere gli operai dell’Eternit”», ricorda don Zanella, il quale non ha dubbi sulla sincerità e sull’onestà dei proprietari: «Sapevano benissimo della nocività dell’amianto». Oggi è un dato ormai acclarato e documentato dall’inchiesta dei magistrati di Torino nell’ambito del citato maxi-processo, ma Bernardino Zanella lo capì già allora: «Colsi un segnale dal fatto che gli operai addetti a certe lavorazioni relativamente semplici e che non richiedevano né un’intelligenza particolare né uno sforzo eccezionale ma che comportavano una forte esposizione alla polvere di amianto, percepivano un salario maggiorato fino al 25%. Perché li si pagava così tanto? Forse perché l’amianto è innocuo?».


Ma all’epoca era difficile farlo capire: «Agli operai quei supplementi facevano gola e alcuni facevano di tutto per occupare quei posti. Quando io dicevo a uno “i tuoi figli non hanno bisogno di soldi ma di te, della tua presenza” mi sentivo rispondere “di qualcosa si deve morire”». Era insomma «difficile rompere il muro della rassegnazione». Un muro che «ha cominciato a sgretolarsi di fronte ai compagni di lavoro che da un giorno all’altro scomparivano dalla fabbrica e qualche mese dopo morivano. L’impegno del consiglio di fabbrica in favore della protezione della vita acquisì sempre più riconoscimento e la lotta prese vigore, anche grazie all’appoggio fondamentale dei sindacati e della Camera del lavoro».


Giunsero i primi risultati: «La direzione accettò di discutere alcune soluzioni provvisorie e la modifica di alcuni tipi di lavorazione ma nel complesso diede solo risposte blande. Anche se l’ambiente di lavoro restò nocivo, quei pochi anni furono fondamentali, perché consentirono di far maturare una coscienza collettiva, di guardare al lavoro con un’altra ottica: non quella dei soldi ma quella della salute».
Non è un caso, ricorda dal canto suo Nicola Pondrano, che «nei volantini di quegli anni non c’era quasi più traccia di rivendicazioni salariali. Si moltiplicavano per contro le proteste e gli scioperi interamente dedicati al tema della salute». La neonata Commissione ambiente diventò una spina nel fianco per la direzione e per i proprietari dell’Eternit che dalla Svizzera impartivano ordini. Questi risposero con la creazione del Sil (Servizio igiene e lavoro) «con cui tentavano di inficiare qualsiasi nostra proposta ed organizzavano la contro-informazione dei lavoratori».


Ma la battaglia, che il sindacato ha avuto la capacità di esportare dalla fabbrica al territorio, è proseguita negli anni, ben oltre la chiusura della fabbrica a metà degli anni Ottanta e abbandonata da Schmidheiny con tutto il suo carico di veleno. La battaglia per la bonifica, la ricerca e la giustizia tuttora in corso. Mentre sul primo fronte sono stati compiuti significativi progressi (nel 2020 Casale sarà totalmente deamiantizzata), il mesotelioma continua a non dare scampo e la giustizia non è ancora stata fatta. Un obiettivo quest’ultimo che resta però nell’ordine delle cose possibili: nonostante l’annullamento per prescrizione della condanna a 18 anni, Stephan Schmidheiny resta pur sempre sotto processo per omicidio (doloso o intenzionale) davanti a quattro tribunali italiani.


Bruno Pesce, leader storico di questa battaglia che dura da più di quarant’anni, osserva: «La giustizia che arriverà solo quando ci sarà una condanna, non importa di quanto. Perché fintanto che lo stato non dice “così non si fa”, non ci sarà mai giustizia. I soldi dei risarcimenti sono sicuramente importanti, ma non possono essere la sola risposta. Altrimenti sarebbe come dire “chi ne ha tanti può continuare a fare”». Se oggi continua a valere il motto “la lotta è persa solo quando si abbandona”, è grazie a quella presa di coscienza collettiva dei lavoratori iniziata nei lontani anni Settanta con il contributo determinante di Bernardino Zanella, che oggi guarda con ammirazione al lavoro svolto dopo la sua partenza da Casale il 12 settembre 1977: «Quanta strada è stata fatta, seppur tra tante lacrime e tanto dolore», ha concluso invitando ad andare «oltre la memoria», usare «l’orgoglio per questa storia d’impegno e di lotta pensando al futuro, mettendo le energie al servizio della salute, della ricerca e per migliorare l’attenzione ai malati».

Pubblicato il 

03.05.18..

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