“Buone vacanze!”, ci si rimanda l’uno all’altro. Le vacanze sono buone? Non è un interrogativo “moralistico”, rivolto al come si fanno o si sprecano, fatto personale. Non è neppure futile o divagante come potrebbe sembrare. Per due motivi: perché la vacanza è perlopiù ridotta solo a calcolo economico, e non dovrebbe esserlo; perché la vacanza può riassumere il peggio della dottrina economica imperante, e perde di valore umano.


Due anni fa, quasi a furor di popolo (il 65,5 per cento di no), gli svizzeri respinsero una iniziativa che chiedeva per tutti sei settimane di vacanza retribuita. Un plusvalore che ogni lavoratore si meriterebbe. “Ecco perché gli svizzeri sono ricchi!”, scrisse parlando ai suoi un quotato quotidiano italiano. L’argomento dell’opposizione vincente era infatti solo economico: non si poteva sostenerne il costo, saremmo stati meno ricchi, avremmo dovuto importare manodopera estera. Anche se, a calcoli fatti, si sarebbe perso meno dell’1,75 per cento del totale delle ore lavorative. Un’analisi dell’Ufficio federale di statistica rilevò un fatto emblematico: più alta era la professione, più elevata la posizione gerarchica, più alto il reddito, minore o quasi nullo era l’interesse per avere vacanze in più. Quasi a rilevare, insomma, che meglio di una legge è il potere delle classi sociali che fa il diritto alla vacanza. Potere che permette anche di prendersele quando si vuole.


La parola “vacanza” (dal verbo latino “vacare”, essere vuoto), come i corrispettivi in inglese – vacation – o in francese – vacances – o persino in tedesco – Freizeit – , significano “tempo libero” ma anche “vuoto”. In fondo, l’economia ritiene le vacanze, non solo lessicalmente, dei giorni vuoti. Se ad esempio in un cantone cattolico come il Ticino ci sono più feste infrasettimanali che altrove, come il Corpus Domini o S. Pietro e Paolo, si calcola subito la perdita che c’è per l’economia, la minor cifra d’affari dei negozi, vi si vede persino una causa del minor reddito pro capite. Economia che ha un atteggiamento ambivalente nei confronti delle vacanze. Da un lato tende a dare loro una connotazione negativa perché sono un costo a vuoto, con perdita di produttività e di competitività. D’altro lato attribuisce loro l’inevitabile necessità per la macchina usurata che ha bisogno di una “pausa”, convinti che poi renderà di più, recuperando la perdita. Lo sosteneva un poco ipocritamente in un suo messaggio il Consiglio federale, pur opponendosi a più vacanze: «Va da sé – diceva – che le vacanze contribuiscono al benessere dei lavoratori ed hanno un effetto benefico sulla loro salute». Sottinteso, «e sulla rendita».


Quale conclusione trarne? Il senso dell’utilità non andrebbe mai cercato nel suo incremento permanente e asfissiante, che è pure un controsenso, ma piuttosto nel godimento del già ottenuto. Una dimensione completamente scomparsa nell’economia di oggi. Oggi conosciamo solo la crescita economica e del profitto fine a sé stessa: se l’azienda o il paese prosperano non è un motivo per riposare ma, anzi, per imporsi prestazioni sempre maggiori. In altre parole, lo sforzo economico non ha mai un obiettivo raggiunto il quale – come capitò nientemeno che al Padreterno dopo la creazione – permette un sano e doveroso riposo, che sia un plusvalore umano e non un vuoto concesso in qualche modo per far girare meglio e più redditivamente l’uomo-macchina.

Pubblicato il 

27.06.18..
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