Immigrazione

In teoria gli Stati Uniti avranno presto una riforma del sistema dell’immigrazione. In teoria. Entrambi i rami del Congresso sono al lavoro su un testo di legge capace di raccogliere consenso da entrambi i partiti e il gruppo che si occupa di scrivere il testo del Senato è composto da 8 senatori dalle caratteristiche perfette per trovare un compromesso: ci sono due senatori ispanici importanti, tra cui l’astro nascente repubblicano Marco Rubio, mentre altri due vengono dagli Stati di confine, quelli dove il tema immigrazione clandestina significa paura del narcotraffico o di invasione di “indocumentados”.

I sindacati dell’Afl-Cio e le Camere di Commercio – equivalente di un’associazione degli industriali europea – hanno raggiunto un accordo quadro e il clima politico sul tema dovrebbe essere propizio. I democratici e il presidente Obama una riforma la vogliono, mentre i repubblicani, che in diversi Stati dove governano hanno fatto approvare leggi al limite del razzismo, sanno che se non daranno un segnale ai milioni di latinos cittadini statunitensi, il consenso in quel gruppo cruciale per vincere la Casa Bianca continuerà a calare.


Il dubbio resta perché negli ultimi quattro anni la capacità del Congresso Usa di produrre leggi e trovare compromessi è pari a zero. Poche settimane fa i repubblicani hanno affossato un testo di legge blandissimo e bipartisan sul controllo delle armi utilizzando lo strumento del filibustering – l’ostruzionismo procedurale che prevede che senza il voto favorevole di due terzi dei senatori una legge non si possa mettere ai voti, quando poi basterebbe il 50 per cento più uno.


L’attentato di Boston, che ha avuto come protagonisti due ragazzi immigrati, ha fornito ai repubblicani che non vogliono una legge un argomento connesso alla sicurezza nazionale. C’è consenso sulle nuove modalità di ingresso perché al mercato Usa servono decine di migliaia di persone sia in segmenti bassi che alti del mercato del lavoro (softwaristi, ingegneri, medici).
E anche sul tema della regolarizzazione delle circa 11 milioni e mezzo di persone che al momento vivono negli Usa da irregolari un punto di contatto si troverebbe. La questione sulla quale sembra non esserci accordo è quella della strada per la cittadinanza. Obama la vuole e lo ha ripetuto con forza: anche se si è entrati irregolarmente, una volta che ci si è regolarizzati con la nuova legge – e con molti ostacoli – occorrerà consentire a queste persone di avviare un percorso che consenta loro di diventare cittadini. Il compimento di un sogno, dice il presidente ricordando come da queste parti abbiano quasi tutti un cognome originario di qualche altro posto del mondo.


Ma perché serve una legge? Qual è la situazione oggi? Il sistema ha falle da tutte le parti, c’è bisogno di meccanismi di ingresso capaci di essere rapidi e di soddisfare una domanda che resta alta. E poi c’è da regolarizzare la situazione di milioni di persone, due terzi dei quali vivono negli Usa da più di dieci anni. Questi lavoratori hanno figli americani o cresciuti nel Paese (un milione sono minorenni, 4,5 milioni hanno figli americani). Di questi milioni di messicani (il 60 per cento del totale secondo le stime del Pew Hispanic Centre), honduregni e salvadoregni sono pieni i campi dove lavora il 25 per cento di loro, le cucine dei ristoranti, i cantieri. Le donne fanno le pulizie negli appartamenti, puliscono gli uffici  e tengono i bambini. Senza di loro l’America si fermerebbe. In alcuni settori, come ha dimostrato la legge penalizzante sull’immigrazione dell’Alabama, sono così indispensabili che quando non ci sono tutto si paralizza. Nello Stato del sud governato dai repubblicani l’anno scorso la frutta è rimasta sugli alberi e le associazioni dei produttori agricoli hanno protestato con veemenza: gli americani doc non hanno l’esperienza o la schiena per fare i braccianti agricoli e le migliaia di clandestini che facevano il lavoro hanno preferito spostarsi nella vicina Florida dove frutta ce n’è e nessuno ti chiede i documenti per strada.


Frenare sulla legge è tanto più miope perché i sondaggi indicano che la maggioranza degli americani guarda alla riforma con favore e che l’allarme invasione agitato qui e là in anni elettorali non attecchisce più. Del resto dallo scoppio della bolla subprime in poi gli ingressi di irregolari sono in calo costante e dal 2011 il saldo è addirittura negativo. Niente invasione, insomma, ma milioni di persone che vivono in America senza diritti. Dare loro una strada per regolarizzarsi sarebbe il dovere di una grande democrazia. Il partito repubblicano si trova davanti a un dubbio enorme. In alcuni Stati il suo elettorato non vuole la riforma. I maschi bianchi e over 60 – lo zoccolo duro del voto al Grand Old Party – non si riconoscono in un Paese dove sempre più spesso si sente parlare spagnolo per strada e i bambini piccoli lo imparano dalle loro baby sitter. Altrove però, in posti come California, Florida, Arizona e persino Texas, il numero di ispanici è così alto che senza i loro voti non si vince. Nel 2008 gli ispanici che hanno partecipato al voto erano il 9,7 per cento, quattro anni dopo sono aumentati fino al 12,5 e hanno votato al 70 per cento per Obama. Se i repubblicani non vogliono diventare superflui o un partito regionale, dovrano fare i conti con i loro tabù (un altro è il matrimonio tra persone dello stesso sesso) Lo dicono in molti anche dentro al partito. Le prossime settimane ci diranno che sarà delle proposte di riforma. Milioni di persone aspettano.

Pubblicato il 

02.05.13..
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