Dietro lo specchio

Industria 4.0 lavoro sì, ma quale? Industria 4.0, ovvero la 4a rivoluzione industriale – generata dalla tecnologia che associa robot e vari sistemi tra loro interagenti con intelligenza artificiale – suscita speranze e timori, e giudizi opposti per quanto riguarda il suo impatto sul lavoro: gli ottimisti, tra cui il Consiglio federale, affermano che come in passato la perdita di posti di lavoro sarà compensata dalla creazione di nuovi, generati da nuove attività e dalla crescita; i pessimisti temono invece che il saldo dei posti di lavoro sarà negativo, con un aumento della precarizzazione ovvero lavoro discontinuo, sottopagato. Cosa succederà, a chi credere? Per risolvere l’inghippo occorre liberarsi da ideologie e cercare di capire la specificità di questa nuova incipiente rivoluzione industriale, di cui già possiamo cogliere manifestazione: veicoli a conduzione autonoma, sistemi di traduzione, redazione e analisi di dati (testi, statistiche ecc.), sistemi di diagnosi medica, sistemi di programmazione autonoma, ecc. il cui potenziale di sviluppo è enorme. La loro particolarità è l’assunzione da parte della “macchina” di attributi finora di sola e stretta competenza umana, ovvero: valutare, esprimere un giudizio, apprendere dalla “pratica”, ragionare e creare.


Evidentemente in contesti specifici, ma dove comunque oggidì sono attive persone che nel prossimo futuro saranno investite più o meno fortemente dal cambiamento organizzativo; molte sostituite, mentre quelle ingaggiate dovranno essere portatrici di competenze specifiche, sempre più specializzate e di nicchia, o che il sistema macchina non è in grado di attivare o la loro applicazione risulta troppo onerosa. Ovvio, quindi, che molte professioni subiranno profonde metamorfosi, alcune scompariranno, altre richiederanno competenze che sono complementari a quelle della macchina (qualifiche elevate), o per mansioni poco qualificate per le quali l’uso della tecnologia risulta inefficiente (per esempio lavori di pulizia). C’è da attendersi un grande mutamento sia qualitativo, sia quantitativo del lavoro: forte compressione in tutte le mansioni intermedie (operai qualificati, tecnici, impiegati, informatici) sostituite dalla tecnologia e una polarizzazione dell’impiego, con persone altamente qualificate e specializzate, ben retribuite, portatrici di attributi quali problem-solving, pensiero critico, creatività e relazionali d’un lato, e d’altro canto persone senza qualifica specifica, bassamente retribuite, chiamate a svolgere mansioni ripetitive (vedi servizio a domicilio). Mentre in crescita risulteranno quelle relazionali nei campi della cura, educazione, assistenza ecc.


Il fabbisogno di lavoro continuerà ad esistere anche in futuro, ma sotto forme e modalità ben diverse da quelle in vigore; accanto alle forme classiche di impiego a tempo indeterminato, assisteremo ad un fiorire della “economia dei lavoretti” (Gig economy): modalità atipiche di lavoro autonomo che, sfruttando internet e relative applicazioni, consentono alla singola persona di interagire direttamente con una piattaforma per offrire o cercare lavoro (“crowdworking”) di cui Uber è diventata il simbolo. Lavoratori pagati a prestazione, ma non per il tempo tra una e l’altra, e parte degli strumenti messi a disposizione. Sono forme di lavoro autonomo atipico, non contemplate, o non sufficientemente tutelate dal sistema d’assicurazioni sociali. Variante moderna di cottimo che scarica sul lavoratore l’insieme dei rischi e dei costi, strutturali (auto, bicicletta, Pc, abbonamento rete...), sociali (previdenza, vacanze, formazione): il passato che si credeva definitivamente escluso, rientra, sotto nuove vesti, dalla finestra!

Pubblicato il 

01.03.18..
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