L'editoriale

La Giustizia italiana è costantemente al centro delle critiche, perché considerata troppo lenta, inefficiente e incomprensibile, come indica per esempio l’ultimo rapporto della Commissione europea sui sistemi giudiziari dei paesi membri pubblicato nell’aprile scorso. Al tempo stesso però l’Italia è capace di dare lezioni di civiltà giuridica a tutto il resto del mondo, Svizzera compresa. Si pensi al perseguimento della cosiddetta “criminalità d’impresa”, cioè dei reati commessi nel nome del profitto da certi padroni senza scrupoli a danno di lavoratori e cittadini: seppur con tutti i limiti di una legislazione non sempre al passo con i tempi e di una macchina giudiziaria farraginosa, l’Italia ha il grande merito di indagare anche su questi fatti e di processare e giudicare i responsabili.


Il caso Eternit è esemplare: mentre in Svizzera, che di questa tragedia è la culla, si è sempre fatto e si continua a fare di tutto (a più livelli) per occultare la verità storica e per negare ogni responsabilità giudiziaria, in Italia ci si appresta a celebrare il secondo processo contro il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny per la sua condotta criminale come massimo dirigente della multinazionale del cemento-amianto, con cui la sua famiglia ha fatto affari per tre generazioni seminando morte in tutto il mondo.


Il probabile nuovo rinvio a giudizio di Schmidheiny (salvatosi da una pesante condanna nel primo processo solo grazie alla prescrizione) per l’omicidio volontario di lavoratori e cittadini morti soffocati dalla polvere killer delle sue fabbriche nel nostro paese viene perlopiù interpretato come uno dei tanti eccessi della giustizia italiana.
Eppure basterebbe andare a leggere le carte della minuziosa inchiesta condotta dalla Procura di Torino per rendersi conto delle gravi responsabilità dell’imputato, che alla testa dell’impero Eternit ha lavorato per occultare le evidenze scientifiche sulla nocività della fibra, per delegittimare il lavoro degli studiosi, per corrompere gli scienziati, per infiltrare suoi uomini nell’Organizzazione internazionale del lavoro, per organizzare la disinformazione sistematica dei lavoratori e per cercare di corrompere i sindacati. E successivamente ha organizzato scientificamente una strategia di comunicazione volta a scaricare su altri le responsabilità, ha fatto spiare le associazioni delle vittime, così come i giornalisti che scrivevano di amianto e addirittura i magistrati torinesi che indagavano su di lui.


Non sappiamo se l’impianto accusatorio reggerà e se Schmidheiny subirà una condanna, ma ci possiamo già rallegrare del fatto che la questione verrà affrontata da un tribunale e secondo le regole di uno stato di diritto.

 

In Svizzera invece, nonostante migliaia di malati e di morti d’amianto, nessun magistrato si è mai azzardato anche solo ad aprire un’inchiesta per omicidio e a indagare sulla condotta dei padroni dell’Eternit e sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti elvetici di Payerne e Niederurnen.
Tutto quello che sappiamo, lo sappiamo solo grazie all’immenso lavoro d’inchiesta svolto dalla  Procura di Torino, che di fatto ha scritto un libro di storia in cui si ricostruisce in modo dettagliato e inequivocabile il coinvolgimento con ruoli di primissimo piano, a partire dall’inizio del Novecento, della famiglia Schmidheiny  nella tragedia mondiale dell’amianto. Soltanto per questo e al di là dell’esito dei processi passati e futuri, la Giustizia italiana va semplicemente lodata .

Pubblicato il 

24.08.16..
..
..
..
.. ..