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16 anni, un primo passo

di

Gianfranco Helbling
«Dobbiamo chiederci se il principio democratico "una persona, un voto" non debba essere applicato più coerentemente. Un bambino è una persona. Perché allora i bambini non dovrebbero avere il diritto di voto?». La domanda è dell'ex giudice alla Corte costituzionale tedesca Paul Kirchhof, e riflette il dibattito in corso in Germania e in Austria sul diritto di voto dei bambini. In Germania l'ex ministra della famiglia Renate Schmidt ha presentato in parlamento un'iniziativa per il diritto di voto fin dalla nascita, mentre in Austria è stato l'allora cancelliere Wolfgang Schüssel a lanciare il dibattito. In Svizzera questo tema occupa soltanto marginalmente le istituzioni, ma la decisione della Landsgemeinde di Glarona di abbassare il diritto di voto a 16 anni potrebbe aprirgli la strada ed essere un primo passo nella giusta direzione. Perché, aggiunge Kirchhof, «siamo una società sempre più condizionata dai pensionati. Non dovremmo introdurre dei correttivi affinché questo Stato, questa società non perdano la loro giovinezza?».
La storia delle democrazie è caratterizzata da un'estensione sempre più ampia del diritto di voto – dunque da una costante riduzione dei privilegi di coloro che lo esercitano. Prima furono abolite le discriminazioni di censo, poi quelle di razza, di religione e di sesso. Persistono invece quelle di nazionalità e di età. Senza che vi siano argomenti sufficienti per il loro mantenimento. Per quel che riguarda il limite minimo di età per esercitare il diritto di voto, si sostiene che i bambini e gli adolescenti non sarebbero in grado di esercitare il loro diritto o non sarebbero comunque interessati a votare. Che sono gli argomenti impiegati fino a meno di 40 anni fa per non riconoscere alle donne lo stesso diritto. Non c'è dubbio in realtà che su molti temi, in particolare di politica comunale, anche i bambini possono esprimersi con piena cognizione di causa, che si tratti dell'ampliamento di una scuola, dell'istituzione di zone a traffico moderato o dell'abbattimento di alcuni alberi. E d'altro canto a nessun maggiorenne si chiede prima di votare se ha capito cosa sta facendo: quanti adulti possono dire di aver compreso tutte le implicazioni della nuova perequazione finanziaria o quelle della libera circolazione delle persone?
Certo l'introduzione di un diritto di voto fin dalla nascita richiede qualche accorgimento che tenga conto in particolare del progressivo grado di maturazione dei bambini. Schmidt nella sua iniziativa propone che siano i genitori ad esercitare questo diritto in maniera fiduciaria fino a quando i bambini non abbiano l'età per esercitarlo autonomamente. Si potrebbe immaginare che questa età venga fissata di volta in volta da un'autorità istituzionale competente a dipendenza della complessità dell'oggetto in questione, all'interno di una forchetta che potrebbe andare (per esempio) dagli 8 ai 14 anni. In questo modo anche sul piano del diritto di voto si darebbe concretezza alla Costituzione federale, secondo cui i fanciulli e gli adolescenti "nei limiti delle loro capacità, esercitano autonomamente i loro diritti" (art. 11 cpv. 2). D'altro canto interessando i più giovani da subito per la politica si formerebbero dei cittadini più consapevoli, che forse non si allontanerebbero così facilmente dalla politica una volta adulti.
Come per ogni diritto, anche per il voto dei bambini (come per quello degli stranieri) non si tratta di capire se esso è desiderato da chi ne beneficerà o se è più o meno complesso il suo esercizio pratico. La questione centrale è se si vuole riconoscere a tutti la stessa, uguale e piena cittadinanza. Se la risposta è affermativa, tutto il resto è risolvibile.

Pubblicato

Venerdì 11 Maggio 2007

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