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Lavoro & Dignità

70 anni di vergogna

L’Accordo sulla libera circolazione delle persone sancì nel 2002 l'abolizione dello Statuto dello Stagionale. Introdotto nel 1931, restano le cicatrici profonde nelle persone che l’hanno vissuto

di

Mattia Lento

Nel 1973 la famosa cantante Giovanna Marini si trovava in visita a Zurigo e decise di recarsi da alcuni lavoratori stagionali alloggiati nelle baracche ai margini della città. Quell’esperienza, traumatica per la cantante, si è poi trasformata in una canzone tra le più famose del suo repertorio: A Zurigo uno mi dice. Giovanna Marini, infatti, fu respinta dai lavoratori. Uno di loro scoppiò persino in lacrime. Questi uomini si vergognavano delle condizioni in cui erano costretti a vivere.

 

Sfruttamento selvaggio

Le baracche erano solo l’aspetto più visibile della condizione di miseria dei lavoratori stagionali. Il loro lavoro, malpagato, permise alla Svizzera di arricchirsi oltremisura, ma questo impegno non fu ripagato con il riconoscimento di diritti oggi ritenuti da molti fondamentali. Il movimento dei lavoratori italiani e quello dei lavoratori spagnoli si batterono in prima linea per l’abolizione dello Statuto, ma fino al 2002 riuscirono soltanto a ottenere alcune migliorie grazie ad alcuni accordi bilaterali tra Svizzera e i rispettivi paesi. Durante la campagna contro la prima iniziativa Schwarzenbach, Leonardo Zanier, poeta, sindacalista e fondatore di uno dei più importanti istituti di formazione per adulti presenti in Svizzera, intervenne sulle pagine della stampa dell’emigrazione italiana: «Lo scandalo per gli emigrati non è Schwarzenbach, è lo statuto di operaio stagionale, è in generale la condizione che è riservata, in Svizzera come in Francia, a stagionali e non. La tranquillità con cui ci possono rimandare al nostro paese. La possibilità di organizzare un'economia con noi e una vita civile senza di noi». Con queste parole, Zanier riassumeva perfettamente lo spirito delle politiche migratorie svizzere che avevano l’obiettivo di garantire manodopera all’economia e, allo stesso tempo, di ostacolare il più possibile l’insediamento in pianta stabile della popolazione straniera.

 

Cicatrici ancora aperte

Sono migliaia le persone che hanno subito traumi a causa dello Statuto. Ci sono stati uomini e donne costretti a vivere lontano dalla propria famiglia per anni. Lavoratori e lavoratrici stagionali hanno spesso lasciato la propria prole in Italia, da parenti o in alcuni istituti per minori posti al confine con la Svizzera. Alcuni, non avendo altra possibilità, hanno deciso di portare i bambini con sé facendoli vivere in clandestinità. Pensare che tutto questo sia un semplice retaggio del passato è sbagliato. Anche oggi ci sono persone costrette a vivere in clandestinità, i sans papiers in primis. Tutte le persone non in possesso di passaporto svizzero, inoltre, sono esposte al pericolo di espulsione o di declassamento del proprio permesso di soggiorno. I diritti politici dei migranti sono pressoché nulli e il diritto d’asilo è perennemente sotto attacco. Il giorno stesso dell’anniversario, con un’azione di fronte a Palazzo federale, il sindacato Unia ha richiamato l’attenzione dei parlamentari sul fatto che anche a 20 anni dell’abolizione dello Statuto vi sia ancora molto da fare in materia di politica migratoria. È una questione di dignità. Senza contare poi che le situazioni di soggiorno precarie rendono le lavoratrici e i lavoratori vulnerabili e spalancano le porte allo sfruttamento e al dumping sociale. Lo statuto dello stagionale è stato abolito, ma resta ancora molto da fare contro la discriminazione. 

Pubblicato

Mercoledì 1 Giugno 2022

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