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Al gioco come alla guerra

di

Gianfranco Helbling
Saranno pochi coloro che fra un mese potranno dire di non aver visto nemmeno una partita di calcio dei Mondiali che cominciano oggi in Sudafrica. Chi con gli amici fra birrette e patatine, chi con i figli a spiegargli le regole, chi in piazza o al bar perché tutti assieme è più bello, quasi tutti ci ritroveremo inchiodati alla televisione, stregati dal fascino del calcio. Un gioco che ci cattura anche per profonde e poco confessabili ragioni.
Molto è già stato detto sul calcio come sublimazione della guerra. Nel saggio "La tribù del calcio" l'etologo Desmond Morris analizzò il comportamento degli hooligans del calcio inglese equiparandolo a quello delle tribù primitive. Ma gli accostamenti possono essere anche più diretti. Come non ricordare che la guerra nella ex Jugoslavia inizò dagli scontri fra tifoserie al termine della partita fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado nel 1990? O che il Times alla vigilia della semifinale degli Europei del 1996 fra Inghilterra e Germania parafrasò von Clausewitz titolando: "Football: la continuazione della guerra con altri mezzi"? E si potrebbe continuare, ricordando ad esempio che la resurrezione a potenza della Germania dopo il nazismo è passata non più dalla guerra guerreggiata, ma da tappe cruciali ognuna delle quali scandita dalla vittoria ai Mondiali di calcio di quell'anno.
Passano gli anni, rimangono sia le guerre che il calcio. E si adeguano ai tempi e alle nuove esigenze dei padroni del mondo e dello sport (che spesso coincidono). Così le somiglianze fra la guerra all'Iraq e i Mondiali di calcio in Sudafrica sono tante. Entrambi ad esempio servono alla conquista e al controllo di nuovi mercati. E in entrambi i casi alle truppe (in tuta mimetica o in calzoncini corti) si accompagnano affari ben oliati dalla corruzione dei nuovi colonizzatori. Quanto ai giornalisti embedded, cioè i cronisti accreditati presso le truppe in guerra, ecco che li ritroviamo anche in Sudafrica, privilegiati per la vicinanza di cui godono agli eroi nazionali, ma limitati nella loro libertà di espressione da accordi commerciali ben precisi: il caso del giornalista Rsi Armando Ceroni cui è stato tolto l'accredito per i Mondiali a causa di un'intervista non autorizzata all'allenatore della nazionale svizzera Ottmar Hitzfeld è emblematico.
Godiamoceli dunque, questi Mondiali. Con la consapevolezza che fra le pieghe delle partite essi ci raccontano più di quanto non vorrebbero di come va il mondo.

Pubblicato

Venerdì 11 Giugno 2010

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