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Alla fine è mancata soltanto la Coppa

di

Gianfranco Helbling
Dopo un mese di sciopero gli operai delle Officine Ffs di Bellinzona sono tornati mercoledì mattina al lavoro. Al loro attivo hanno una prima, importantissima vittoria: le Ffs hanno ritirato il piano di ristrutturazione delle Officine e alla tavola rotonda fra vertici delle ferrovie e rappresentati delle maestranze ci si va per dare un futuro allo stabilimento bellinzonese. A questo accordo si è giunti grazie all'incontro voluto e presieduto dal consigliere federale Moritz Leuenberger che sabato scorso a Berna, oltre alle parti in conflitto, ha riunito anche i rappresentanti politici del Ticino e dei Grigioni. Ma questo è stato anche il mese di Gianni Frizzo, il presidente del comitato "Giù le mani dalle Officine" e della direzione di sciopero, diventato suo malgrado un personaggio pubblico molto popolare. Con lui nell'intervista che segue parliamo dello sciopero, delle trattative, dell'accordo raggiunto sabato e delle prospettive che si aprono con la tavola rotonda. Un bilancio intermedio in chiave sindacale lo tracciamo invece nell'articolo a parte con il segretario del sindacato Unia Matteo Pronzini.

Gianni Frizzo, complimenti per questa prima, importantissima vittoria.
Non capisco perché… Io mi sono solo lasciato trasportare dal fiume in piena. In situazioni come queste, quando tutti sono sulla stessa lunghezza d'onda, non ci si può sbagliare: perché allora sarebbero in tanti a sbagliare… Chiunque fosse stato al mio posto sarebbe stato portato a valle dalla corrente.
Però al suo posto ci si doveva trovare: lei ci è arrivato con il comitato "Giù le mani dalle Officine" al termine di un lavoro durato almeno dieci anni.
Oggi ho la conferma che non è tutto sbagliato quel che si è fatto in questi anni. Perché in questo sciopero non si è fatto altro che ripetere quel che si è sempre detto. L'elemento nuovo è che le condizioni erano riunite per passare ad una fase di lotta attiva. La cosa è stata evidente ai colleghi per l'atteggiamento intollerabile dei vertici delle Ffs. E allora si sono detti che il Gianni non esagera, che ha ragione e che vale la pena seguirlo.
Quando ha capito che la situazione avrebbe potuto volgere a vostro favore?
La svolta è stata la grande manifestazione di domenica 30 marzo seguita subito dopo da quella altrettanto massiccia di mercoledì 2 aprile. E in questa seconda manifestazione è accaduto un fatto importantissimo: il Consiglio di Stato ticinese in corpore, spinto dalla grande mobilitazione della domenica precedente, è sceso in piazza accanto a noi. Da quel momento tutta la Svizzera si è resa conto che il problema è istituzionale, e che dunque la politica deve occuparsene. A questo punto il consigliere federale Moritz Leuenberger ha potuto superare le resistenze per intervenire in prima persona. Su Leuenberger ho dovuto ricredermi: sabato l'ho visto molto determinato, fin dall'inizio ha detto che sono in pericolo il federalismo e gli equilibri regionali. Non si è quindi di fronte soltanto ad un compito aziendale, non basta avallare le conclusioni di un gruppo di consulenti senza curarsi di tutte le conseguenze della loro messa in opera. Non averlo capito è stata una grossa responsabilità del Consiglio d'amministrazione.
Lei era fiducioso prima dell'inizio della riunione con Leuenberger?
Sono partito senza avere la minima idea di cosa sarebbe potuto accadere. La sola cosa che avevo in mente erano i nostri obiettivi. Dalle prime battute della seduta poi avevo una cattiva impressione: mi ero detto che era finito tutto e che lo sciopero sarebbe andato avanti. Poi però c'è stata una svolta molto importante.
È stato il momento in cui lo stesso Leuenberger ha detto di aver dovuto intervenire d'autorità?
Sì. E nel mio intervento successivo non ho fatto altro che sostenere pienamente la tesi di Leuenberger. Lì ho capito che avevamo fatto un importante passo avanti, che sotto pressione non eravamo più noi ma i vertici delle Ffs – e questo senza che Leuenberger perdesse la sua imparzialità. Il nocciolo della questione era la parola ritiro, che i vertici delle ferrovie non volevano accettare riferita al piano di ristrutturazione delle Officine.
Alla fine della seduta lei s'è presentato ai microfoni dei giornalisti molto provato anche sul piano emotivo.
Avevo vissuto un insieme complesso di emozioni. Ma soprattutto dovevo ancora elaborare la rapidità con cui erano state prese certe decisioni. Perché una volta sbloccata la situazione tutto è poi stato discusso e accettato molto in fretta, senza entrare nei dettagli, e ho dovuto andare d'istinto. Alla fine ho avuto bisogno di un momento per ricomporre gli elementi della decisione e convincermi davvero che è una soluzione giusta e ponderata. Poi è sopraggiunta la consapevolezza di aver fatto un passo fondamentale – e con questa tutte le emozioni.
Nell'accordo raggiunto con Leuenberger i tre punti che avevate posto come condizione per sedervi alla tavola rotonda formalmente non ci sono più.
Proprio da qui derivava il mio disorientamento: dove ritrovare nei quattro punti sottoscritti con Leuenberger i tre punti per noi irrinunciabili? Ma ci sono. L'accordo prevede il ritiro del progetto di ristrutturazione, il ripristino della situazione al 6 marzo (con carri merci, locomotive e componenti), lo sviluppo futuro delle Officine, la decisione finale di Leuenberger e non più del consiglio d'amministrazione. Quest'ultimo punto è per noi estremamente positivo, e cambia completamente le carte sul tavolo. È quello che ci ha fatto capire che siamo sulla strada giusta. Ora, tutti sappiamo, anche se nell'accordo non è detto esplicitamente, che lo sviluppo futuro delle Officine non può che passare dalle locomotive, dai carri e dalle componenti: Leuenberger sa che questo sta alla base del nostro consenso. Nessuno provi a far rientrare dalla finestra quel che è uscito dalla porta: noi siamo qui, vigili.
Già domenica sera il presidente del Consiglio d'amministrazione delle ferrovie Thierry Lalive d'Epinay aveva pubblicamente dichiarato che in fin dei conti a Bellinzona sarebbero rimaste alcune locomotive...
Dopo queste dichiarazioni per noi della direzione di sciopero era chiaro che l'accordo in assemblea non sarebbe mai passato. Abbiamo quindi cercato un contatto con Leuenberger. Quando ci ha telefonato l'ho sentito molto arrabbiato. Mi ha detto che la sua parola vale più di quella del presidente delle Ffs e mi ha confermato uno dopo l'altro i quattro punti.
Quando è stato il momento più difficile di questo sciopero?
La settimana fra il 28 febbraio e il 7 marzo. È stata terribile. Dover cominciare, fare le prime dichiarazioni, pubblicare i primi comunicati, da solo se non con il sostegno del comitato, e tutto senza sapere cosa sarebbe successo. Anche qui in Officina era tutto molto difficile da leggere, la direzione fino all'ultimo ha provato ad intimidire i colleghi, a vietare le assemblee. Ma ero talmente sicuro di essere nel giusto che sono andato avanti come un ariete. Dopo è stato un crescendo.
Ora si va alla tavola rotonda, una fase ancora più delicata.
Finora i concetti erano chiari e si lottava contro un principio facilmente comprensibile. Adesso tutto diventa più complesso e difficile da decifrare. Ma, a parte le capacità già presenti in Officina, abbiamo il sostegno di persone competenti che ci sostengono dall'esterno. Sono sicuro che alla trattativa ci arriviamo ad armi pari.
Avete fiducia nell'arbitro, Moritz Leuenberger?
Sì. Anche perché seguirà passo per passo la trattativa attraverso persone di sua fiducia. Il problema, e l'ho detto anche al consigliere federale, è che dall'altra parte del tavolo avremo sempre gli stessi interlocutori: coloro che ora chiedono la nostra fiducia sono quelli che fino ad un mese fa hanno tramato di nascosto per eliminarci. Però saremo ben attenti e li marcheremo stretti.
Non le spiace adesso smantellare la pittureria? In fondo qui si stava bene…
Sì, siamo stati bene noi e tutta la città. Sarebbe bello riuscire a tener vivo questo punto d'incontro.
Che effetto fa essere fermato per strada dalle ragazze che le chiedono l'autografo?
No, non è proprio così, dai… Effettivamente è strano, ma ne sono contento. Lo sarei stato meno se mi avessero cercato perché sono un giocatore di calcio. Ma soprattutto se sono i giovani che mi chiedono l'autografo, questo mi riempie di gioia: non me lo chiedono per un'immagine, ma perché difendo dei valori, dei principi che umanamente sono giusti. Credo che per molti ragazzi la lezione di questo sciopero è stata importante: tanti mi salutano e mi avvicinano, eppure non ho segnato nessun gol, anzi, ho fatto uno sciopero, qualcosa che finora aveva una connotazione molto negativa. È questa dinamica positiva, ideale, che mi dispiacerebbe perdere con la fine dello sciopero.
L'unica cosa che non è arrivata in pittureria è stata la Coppa svizzera di calcio.
Mi è rincresciuto molto. Sono sempre stato tifoso del Bellinzona, malgrado qualche anno di distacco dallo sport. Lo sciopero ha avvicinato la squadra alle Officine e ho potuto riallacciare dei bei contatti. La Coppa sarebbe stata la ciliegina sulla torta e avrebbe permesso di scaricare un po' la tensione. Ma è stata una bella partita, e quando Pouga ha fatto il gol del pareggio è stato un momento bellissimo, quasi veniva giù la pittureria.
Ottimista?
A questo punto sì, pur restando guardingo. Perché si va alla tavola rotonda con presupposti che finora non c'erano: l'obiettivo non è più il ridimensionamento delle Officine, ma il loro sviluppo. È tutta un'altra prospettiva.

Pubblicato

Venerdì 11 Aprile 2008

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