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C'è un'aria nuova in governo

di

Gianfranco Helbling
Se c’è qualcuno che si è accorto che qualcosa in Ticino è cambiato con il voto sui referendum del 16 maggio è la consigliera di Stato socialista Patrizia Pesenti. Fino ad allora cacciata in un angolo dalla maggioranza dei suoi colleghi, ora è tornata a giocare il ruolo che in governo le compete. Non solo: lo stesso governo e i partiti borghesi che ne compongono la maggioranza stanno progressivamente accettando l’idea che la ricetta neoliberista non è la più indicata per curare i mali delle casse cantonali causati proprio dall’ideologia neoliberista che ha condizionato la politica finanziaria e fiscale delle ultime due legislature. A questi temi e alle prospettive del Preventivo 2005 Pesenti ha accennato domenica in occasione del consueto convegno socialista del Monte Ceneri. Li approfondiamo in questa intervista. Signora Pesenti, cosa è cambiato in Consiglio di Stato dopo il voto del 16 maggio? Vi è una maggiore disponibilità a considerare la politica finanziaria in modo meno unilaterale. È vero che il 18 maggio lei in Consiglio di Stato ha chiesto le dimissioni di Marina Masoni dalla testa del Dipartimento finanze ed economia? No, nessuno ha mai chiesto le dimissioni dal governo. Abbiamo invece discusso della direzione dei dipartimenti. La rotazione dei dipartimenti, Dfe compreso, non può essere considerata un tabù. Il governo ha poi deciso di non discuterne e la cosa è finita lì. La cronaca di queste settimane dà l’impressione di un Consiglio di Stato che aspetta che la soluzione ai problemi finanziari del Cantone arrivi o dal Parlamento (come detto dalla stessa Masoni in Gran Consiglio) o dalla conferenza dei presidenti di partito. Condivide? Ma non credo che il Dipartimento finanze intendesse dire al parlamento o ai partiti che dovevano fare il lavoro al posto suo, ci mancherebbe. Le competenze sono chiare: le proposte per raddrizzare la situazione finanziaria devono arrivare prima dal Dipartimento finanze ed essere approfondite in governo. Il parlamento discuterà, approvandole o meno, le proposte concrete. Competenze chiare non significa tuttavia lavorare a compartimenti stagni. Poter discutere con la Commissione della gestione è una opportunità, così come per noi è molto utile il lavoro della conferenza dei presidenti di partito. In Consiglio di Stato stiamo lavorando intensamente per trovare una soluzione equilibrata. Quindi non solo in un’ottica di tagliare la spesa, ma considerando anche la possibilità di aggiustare le entrate. La defiscalizzazione delle ultime due legislature è stata senz’altro eccessiva, ci rendiamo conto che con così pochi soldi che entrano non riusciamo a garantire i compiti prioritari dello Stato. Lei al convegno del Ceneri si è detta ottimista. Perché? Sono ottimista perché intravedo la possibilità, oltre che l’opportunità, di una soluzione bilanciata. E non siamo lontani, anche se forse gli ultimi metri saranno i più duri. Il 14 luglio prossimo incontreremo la Commissione della gestione e speriamo di poter presentare i contorni del progetto finanziario. Il dettaglio delle voci contabili sarà presentato con il messaggio sul Preventivo 2005. Ci sono dunque tutte le premesse perché il Preventivo 2005 non accenda quella conflittualità vissuta per il Preventivo 2004. Sì, la condizione è che tutti restino seduti al tavolo delle trattative e si astengano dal provocare scontri. Cosa è cambiato allora dall’anno scorso a quest’anno? È chiaro che in un clima di concertazione e di ricerca del compromesso si lavora in tutt’altro modo che non in un clima d’imposizione da parte della maggioranza. Lo scorso anno ho lavorato in un clima di scontro in cui solo menzionare il problema delle entrate era un tabù. Non si voleva ammettere la realtà, in troppi si accontentavano di ripetere “le entrate tengono” senza verificare i dati di competenza. Ricordo a questo proposito una discussione proprio durante la campagna elettorale del 2003. Questo è cambiato, vi è maggiore disponibilità ad affrontare il problema per quello che è. Certo dobbiamo essere attenti a non aumentare i livelli di spesa, ma la votazione del 16 maggio ha mostrato chiaramente che i cittadini non sono disposti a finanziare sgravi fiscali ai più ricchi tagliando nella sicurezza sociale. Ora possiamo fare un discorso di priorità, mettendo le risorse finanziarie dove veramente servono a rispondere ad un bisogno dei cittadini. Concretamente, per esempio, vuol dire diminuire l’eccessivo numero di posti letto negli ospedali, che sono molto costosi e non servono a migliorare la nostra salute, e creare più posti nelle case per anziani, oggi largamente insufficienti. Questo vuol dire impiegare le risorse rispondendo ai bisogni prioritari della popolazione, senza sprecarle e tra l’altro senza tagliare posti di lavoro nel settore sanitario. Mi auguro che il parlamento, quando discuterà la pianificazione ospedaliera, tenga conto della necessità di mettere delle priorità. Lei sempre al Ceneri ha detto che “non siamo sull’orlo del baratro”. Tutti però, Ps compreso, sono concordi nel dire che la situazione delle finanze cantonali è grave. È d’accordo? Sì, è grave, ma questo non significa che si debba terrorizzare i cittadini con il debito pubblico. Il debito pubblico del Cantone Ticino è circa la metà della media degli altri cantoni. Esiste dunque un margine di manovra per uscire dalla situazione senza mettere in pericolo la coesione sociale. Intanto però l’economia cantonale non riprende… Non riprende, e constatiamo un progressivo impoverimento della popolazione. Aumentano le persone che pur lavorando percepiscono salari troppo bassi per vivere. Aumentano quelli che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e chiedono aiuto allo Stato. È questo il dato che più mi preoccupa: il problema principale del Ticino di oggi non è il debito pubblico, ma l’impoverimento dei cittadini. La ripresa economica è necessaria e il Cantone non dovrebbe ostacolarla. Licenziare personale, diminuire quello che lo Stato spende e investe in Ticino non mi sembra il miglior modo per sostenere l’economia, ma so che a questo proposito i pareri divergono. Constato che la ricetta liberista è stata, non solo da noi, un vero flop. In una visione a medio temine ritengo senz’altro possibile accumulare un po’ di debito in attesa che l’economia possa riprendere, mi sembra più pericoloso che lo Stato abbandoni i cittadini e l’economia al loro destino in nome del contenimento del debito pubblico. Lei prima del 16 maggio ha escluso un aumento delle imposte per uscire dall’attuale situazione. È ancora di quest’avviso? Non è un dogma, e il discorso delle imposte va fatto, perché le abbiamo abbassate troppo. Ma resto del parere che le imposte in tempo di crisi economica vadano toccate con estrema prudenza. Continuo invece ad essere contraria ad ogni aumento delle tasse, quelle per intenderci che ognuno paga indipendentemente dalla sua capacità finanziaria, ad esempio l’Iva o, in fondo, i premi obbligatori di cassa malati. Vedo eccezioni solo nelle tasse che servono ad indurre un comportamento diverso dal profilo sanitario o della protezione ambientale, come per esempio la tassa sul CO2 o sul fumo. Considerando che nella media nazionale il Ticino è il secondo cantone con il più basso carico fiscale per le persone fisiche, forse è su questo fronte che qualcosa si può recuperare. Direi che prima si debbano verificare ancora altre strade, ad esempio le imposte di successione sui capitali molto alti. Ma questo è un discorso che faremo nei prossimi giorni in Governo. E una ridefinizione delle deduzioni nell’imposizione per le persone fisiche? Può essere anche questa una strada. Tra l’altro una vera riforma fiscale, nel senso di una maggiore giustizia, più trasparenza e semplicità, in modo che quanto le persone pagano di imposte rifletta veramente la loro situazione economica, sarebbe una gran bella cosa. Ma temo che non vedremo niente di simile per un po’.

Pubblicato

Venerdì 2 Luglio 2004

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