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Dietro lo specchio

Che fine fanno i beni pubblici

di

Ferruccio D'Ambrogio

Un milione di specie conosciute potrebbero scomparire entro il 2050. «Il degrado ambientale  ha ridotto del 23% la produttività  globale della superficie terrestre», a dirlo è Markus Fischer Professore di Ecologia vegetale all’Uni-Berna nonché membro del Comitato di esperti del Consiglio Mondiale della Biodiversità (sigla inglese Ipbes) la piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici creata nel 2012 a Panama da 94 stati, fra  cui la Svizzera.


«Negli ultimi decenni a livello mondiale abbiamo distrutto il 40% del capitale naturale».Insomma  «viviamo del capitale della natura consumandolo, invece che dei soli interessi» commenta Fischer. I governi nelle varie conferenze, da Rio a Parigi, hanno fatto promesse; ma le intenzioni non si trasformano in realtà se non vi sono obiettivi, mezzi adeguati per agire.


Eppure gli ecosistemi producono ricchezza, il cui valore ci sfugge. Un recente studio McKinsey ha stimato il valore generato dal complesso sistema di processi biologici offerti dalla natura a 4.000 trilioni di dollari! A confronto i 125 trilioni di dollari del Pil mondiale sono briciole.
Ed è questo scrigno che ha destato il grande interesse del mondo finanziario, in particolare del Gruppo di Scambio Intrinseco (sigla inglese Ieg). «Le risorse finanziarie necessarie per proteggere gli ecosistemi naturali sono drammaticamente insufficienti» si legge sul sito di Ieg.

 

«Alcune stime indicano che per preservare e ripristinare gli ecosistemi occorrerebbero annualmente da 300 a 400 miliardi di dollari, ma i progetti di conservazione ne ricevono solo 52, principalmente da fonti pubbliche e filantropiche». E allora la proposta: «Trasformare gli ecosistemi in beni produttivi, invece che un costo da gestire». Ovvero: assegnare un valore monetario alle complesse interazioni biochimiche dei vari ecosistemi che producono biodiversità indispensabili per la nostra vita fra cui ossigeno, acqua, aria, ma pure gas ecc., e anche il sequestro di carbonio tramite la crescita degli alberi. Ricordiamoci, esemplificando, che il sistema economico considera unicamente i costi contabili per accedere, estrarre le materie naturali (acqua, petrolio), nonché tutte le attività successive per metterle sul mercato. Non integra invece il valore della prestazione fornita dall’ecosistema per generare dette materie.


Per l’Ieg assegnare un valore alla prestazione degli ecosistemi aprirà la via a una nuova forma imprenditoriale tesa a catturare il valore di attivi (asset) naturali potenziali. Concretamente la soluzione richiede in primo luogo la creazione di una società specifica che intende valorizzare le risorse di un bene naturale (foresta, prateria, lago, tratto di mare lungo la costa ecc.), ma soprattutto, i processi biologici del suo ecosistema.

 

La Nac è formalizzata tramite l’offerta pubblica in Borsa (nello specifico quella di New York), mediante cui gli investitori (da quelli istituzionali, ai fondi sovrani, dai privati a fondi speculativi) diventano  proprietari, e come scritto nel sito Ieg «il bene produttivo fornirà capitale finanziario e sarà una fonte di ricchezza per i governi e i loro cittadini». Scopo primario degli azionisti della Nac sarà ovviamente di massimizzare il rendimento onde far crescere ricavi e valore del proprio asset.


Uovo di colombo? Certamente vi sarà una grande mobilitazione di capitali in attesa di esser valorizzati. Il rovescio della medaglia dell’operazione di finanziarizzazione della natura comporta tre cambiamenti, carichi di conseguenze: a) la privatizzazione dei processi biologici degli ecosistemi, e privatizzazione degli utili; b) la fine della fruizione gratuita delle prestazioni degli ecosistemi, esse avranno un prezzo determinato dalla Borsa e c) capovolgimento di ruoli di potere: il mercato (leggi profitti), assumerà il comando delle azioni. Fine della politica?

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Giovedì 5 Maggio 2022

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