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Costruire l'Europa sociale

di

Gianfranco Helbling
Il modello di partenariato sociale è una delle ragioni dello sviluppo economico in Svizzera. Tale modello può fornire utili indicazioni per sviluppare strutture analoghe anche nei Paesi dell'Europa dell'Est. Esse permetterebbero di rafforzare i diritti dei salariati sia all'Est che in Svizzera.

Il sistema di partenariato sociale, cioè di dialogo e contrattazione fra sindacati e parte padronale, è una delle chiavi della stabilità e quindi del successo economico della Svizzera a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Su questo, pur con sfumature diverse, c'è un ampio consenso sia fra i partner sociali che negli ambienti politici. Ora con il crollo dei regimi comunisti e la successiva mondializzazione dei mercati questo modello può essere interessante anche per i Paesi dell'Europa orientale. Una sua diffusione è infatti la premessa necessaria per alzare gli standard sociali e per rafforzare i salari in tutta Europa. Di questi temi si è discusso la scorsa settimana a Zurigo in un convegno organizzato da Soccorso Operaio Svizzero (Sos) a cui hanno partecipato rappresentanti dei governi, delle organizzazioni padronali e dei sindacati sia svizzeri che dell'Est.
«Questa giornata è nata da una preoccupazione del mondo sindacale svizzero, cioè se sia possibile in Svizzera e in Europa innalzare gli standard sociali dei singoli paesi o se l'armonizzazione sociale si debba fare necessariamente verso il basso», spiega ad area Vasco Pedrina, vicepresidente dell'Internazionale dei lavoratori dell'edilizia e del legno. «È una discussione cominciata già in preparazione alle votazioni sugli accordi bilaterali. Eravamo in chiaro che il nostro obiettivo doveva essere il mantenimento e il rafforzamento dei nostri standard sociali, e per far questo era necessario che tutti accedessero al mercato del lavoro svizzero ad armi uguali. Di qui la necessità delle misure d'accompagnamento. Ma anche della collaborazione con l'Est europeo, per permettere un rafforzamento sul piano continentale degli standard sociali».
L'apertura del mercato svizzero ha imposto l'adozione di una serie di misure d'accompagnamento per evitare che questa apertura avvenisse a spese dei salariati. Il principio centrale è "salario uguale per lavoro uguale allo stesso posto". Il problema della pressione sul mercato del lavoro locale non si pone però soltanto in Svizzera, come dimostra il caso dei lavoratori cinesi impiegati in Polonia ma a salari cinesi per la costruzione di due tratti di autostrada in vista dei Campionati europei di calcio del 2012. Uno sforzo di unificazione degli standard sociali s'impone dunque anche all'interno dell'Europa: si tratta di difendere l'applicazione di standard sociali degni di questo nome e di armonizzarli verso l'alto. Ma per far questo il partenariato sociale in Europa centrale e orientale deve dotarsi di strutture solide e operative.
La Svizzera può giocare un ruolo importante nel consolidamento delle strutture sociali nell'Est europeo. E lo può fare sia trasmettendo la sua esperienza, sia con specifici programmi di cooperazione (cfr. articolo a parte). Il tutto a vantaggio anche della Svizzera. Perché rapporti sociali stabili e uno sviluppo economico duraturo in Europa contribuiranno al mantenimento delle attuali nor-
me di diritto del lavoro e di sicurezza sociale in Svizzera e a prevenire il dumping salariale e sociale. Infatti la stabilità sociale e lo sviluppo economico in Europa sono le premesse per un consolidamento del mercato del lavoro e degli standard sociali anche in Svizzera.


Le multinazionali giocano sporco

«Sono convinto che sia compito dello Stato sostenere l'autonomia delle parti sociali, se necessario ricorrendo anche a sussidi statali. Ma ci vuole pazienza, mettere in piedi e far funzionare un partenariato sociale stabile richiede molto tempo: è un periodo necessario alle parti per assimilarne le regole». Così la pensa Laszlo Herczog, ministro del lavoro del governo ungherese, intervenuto al convegno organizzato a Zurigo da Soccorso operaio svizzero (Sos) sul tema del partenariato sociale in Europa. Per Herczog il dialogo sociale in Svizzera funziona «perché si basa sull'autonomia delle parti che accettano e rispettano le regole del dialogo. Questo crea la base per la necessaria fiducia». Nei paesi in transizione come l'Ungheria invece ci si aspetta sempre che la soluzione debba arrivare dallo Stato, osserva Herczog: anziché cercare una soluzione comune le parti cercano, ognuno per conto suo, di convincere il governo della bontà della propria soluzione.
Sulla base dei primi anni di esperienza con progetti di cooperazione e scambio di esperienze il sindacalista Vasco Pedrina, vicepresidente dell'Internazionale dell'edilizia e del legno, afferma che «la possibilità di una collaborazione proficuia effettivamente c'è. Noi sindacati svizzeri possiamo dare il nostro know how nel pieno rispetto delle loro particolarità. Ma anche il padronato deve fare uno sforzo per rafforzare la parte padronale. Affinché entrambe le parti anche nei Paesi dell'Est abbiano l'effettiva capacità di negoziare dei contratti collettivi». I sindacati svizzeri inoltre trasmettono il loro know how anche nel settore della migrazione. Ma la Svizzera ha solo da insegnare e nulla da imparare? «No, anche noi possiamo portare a casa utili conoscenze, ad esempio sul funzionamento di sistemi tripartiti dove lo Stato ha un ruolo più forte», risponde Pedrina, «ma per ora siamo noi ad avere un knoh how da trasmettere».
Hans-Jürg Fehr, presidente del Sos, sottolinea che una delle priorità oggi nei paesi dell'Est è permettere l'organizzazione dei datori di lavoro in strutture padronali sufficientiemente forti ed autonome che siano in grado di negoziare dei contratti collettivi. Il problema è che oggi sono le grandi multinazionali con sede all'estero che impediscono la costituzione di organizzazioni padronali forti. «E di questo problema dev'essere cosciente anche il padronato svizzero», aggiunge Fehr: «perché non è nemmeno nell'interesse dei datori di lavoro svizzeri che all'Est ci sia un dumping selvaggio».
Il direttore della Società svizzera degli impresari costruttori (Ssic) Daniel Lehmann conferma: «Per le multinazionali straniere il ragionamento è chiaro: se già i datori di lavoro locali non rispettano gli standard sociali internazionali, non saranno loro i primi a farlo». Per questo sono importanti le misure d'accompagnamento all'apertura dei mercati del lavoro, tanto all'Est quanto in Svizzera. In molti Paesi dell'Est il concetto di proprietà privata è ancora fresco, aggiunge Fehr, secondo cui «il nemico principale del partenariato sociale è il capitalismo selvaggio, rappresentato spesso dalle grosse multinazionali che si delocalizzano lì».
Un nemico forte, il capitalismo selvaggio rappresentato dalle multinazionali, per contrastare il quale ci vogliono delle parti sociali forti che lavorano in un rapporto di fiducia reciproca. Un concetto questo confermato da Herczog: «il federalismo svizzero ci può aiutare. Sono infatti convinto che dobbiamo passare dal rafforzamento delle democrazie locali: perché il partenariato sociale possa funzionare ci vogliono dei sindacati locali forti e rappresentativi e delle organizzazioni padronali forti e rappresentative. Altrimenti è impossibile immaginare che il partenariato sociale possa attivarsi». 

Pubblicato

Venerdì 4 Dicembre 2009

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