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Dar voce a chi non l'ha

di

Gianfranco Helbling
Proseguiamo con Saverio Lurati la serie di incontri con i candidati socialisti al Consiglio di Stato. 52 anni, di Canobbio, sposato con due figli, Lurati ha svolto l’apprendistato di elettrauto, diventando con gli anni capo officina. È poi passato, 14 anni fa, all’attività sindacale: oggi è segretario regionale Ticino e Moesa del Sindacato edilizia e industria (Sei), di cui è membro del comitato centrale nazionale. Con la delegazione alle trattative nazionali per l’edilizia, dopo lo sciopero del 4 novembre, ha incassato la storica vittoria nella battaglia sul prepensionamento. Saverio Lurati, lei sta conducendo una campagna elettorale centrata su temi economici. In particolare ha definito “disastrosa” la politica condotta negli ultimi 8 anni dal Dipartimento economia e finanze diretto da Marina Masoni, che però replica sottolineando che i problemi economici si pongono ormai su scala mondiale. Cosa rimprovera in particolare a Masoni? La sua filosofia, fotocopia di quella adottata a livello mondiale. Se il disagio viene da lontano, è anche vero che il nostro Cantone non ha fatto nulla per sottrarsi a questa filosofia globalizzatrice fatta di flessibilizzazione e privatizzazioni. Il Ticino aveva delle ricchezze che si potevano investire in modo più partecipativo. Ad esempio, chi ha beneficiato di sgravi fiscali avrebbe dovuto eticamente reinvestire almeno parte di questi sgravi sul territorio stesso, ma questo non è avvenuto. Una parte della ricchezza prodotta in Ticino è dunque stata esportata per essere reinvestita altrove, pronta per essere nuovamente trasferita quando non dovesse più essere sufficientemente redditizia, e così via. In più il Dipartimento diretto da Masoni non ha mai voluto ascoltare i bisogni della fascia più debole della popolazione. È chiaro, è una fascia che elettoralmente non rende, perché composta o da stranieri o da persone poco portate ad interessarsi di politica. E infatti gli sgravi fiscali sono arrivati puntuali per le fasce più interessanti dell’elettorato. Il ceto medio è un falso problema? Qualcuno dovrebbe spiegarmi cos’è il ceto medio. C’è una fascia di redditi che ha potuto beneficiare degli sgravi fiscali in quanto ne aveva un reale bisogno. Ma chi ha un salario lordo inferiore ai 50 mila franchi all’anno, cioè inferiore ai 4 mila franchi mensili, è al di sotto della soglia a partire dalla quale questi sgravi diventano effettivi. Con questi salari ci sono famiglie che per tirare la fine del mese devono avere un doppio reddito, e allora ai 50 mila franchi ci arrivano: ma non penso si possa parlare solo per questo di ceto medio, se magari si ha anche un solo figlio agli studi all’Università e gli si vuole garantire le stesse opportunità di chi ha redditi molto più elevati. La mia candidatura vuole dare voce a chi questo disagio e questa sofferenza li vive sulla sua pelle ma non li può esprimere. Come si può fare per rendere attrattivo il Ticino per nuovi imprenditori? C’è un aspetto etico che non viene mai considerato. Chi investe oggi in Ticino lo fa per ottenere il massimo di redditività sul breve periodo. Occorre invece attirare un altro tipo di investimenti. Per fare questo la politica non può più limitare il suo orizzonte temporale al domani, ma deve capire quali siano le nostre ricchezze a media e lunga scadenza. Qui credo che Alptransit debba giocare un ruolo importante, penso ad esempio ad attività produttive di alta tecnologia che richiedono spostamenti molto rapidi su lunghe distanze. Inoltre al Ticino manca un vero concetto di marketing globale, un marchio di qualità Ticino per l’effettiva promozione economica della nostra regione. Come segretario di un sindacato dell’edilizia lei dovrebbe puntare ad ulteriori investimenti infrastrutturali. D’altra parte proprio la sinistra è molto attenta alla tutela dell’ambiente. Quali sono gli investimenti che permettono di ottemperare sia alle esigenze occupazionali che a quelle ambientali? In ogni caso l’Alptransit completa. È un’opera che va completata in modo intelligente, con degli svincoli adeguati che garantiscano un accesso a questo enorme nastro trasportatore, mantenendo così alta la competitività internazionale del Ticino. Ma infrastrutture sono anche quelle per il trasporto delle informazioni: e qui si deve tornare ad investire nella telefonia fissa, che dopo le privatizzazioni è stata lasciata perdere a vantaggio di quella mobile. Penso poi ad una efficiente rete di depurazione delle acque o all’erogazione stessa dell’acqua, che può essere un investimento produttivo per un Cantone che non ha molte risorse naturali. E infrastrutture sono anche sedi scolastiche attrattive, accessibili ad un vasto pubblico, con docenti preparati e motivati. Il raddoppio del San Gottardo autostradale è uno dei possibili investimenti in infrastrutture con cui dovremo fare i conti, ma non prima di vent’anni: su una prospettiva di tempo così lontana mi è difficile esprimermi chiaramente, certamente non sarò nel comitato a sostegno del raddoppio. Come si può ristabilire una certa equità nel modo in cui trattiamo i frontalieri, che sono i primi a pagare in termini di licenziamenti le difficoltà economiche del Ticino, con oltretutto indennità di disoccupazione basse? Si tratta di abbattere le sperequazioni esistenti da una parte all’altra della frontiera, che oggi creano soprattutto una guerra fra poveri. Bisogna quindi cominciare a pensare ad una legislazione transfrontaliera, che tenga conto in particolare degli aspetti previdenziali, pensionistici, fiscali e della sanità. Oggi la somma del carico fiscale e previdenziale italiano è più alta di quella ticinese, con controprestazioni diverse da una parte all’altra del confine. Limitando il più possibile queste differenze si aboliscono le rendite di posizione e si eliminano delle concorrenze che non hanno nessuna ragione di esistere. E oggi il Ticino è un datore di lavoro interessante solo perché c’è un tasso di disoccupazione molto più elevato nella vicina Italia. Quando riavremo due socialisti in governo? Il Ticino meriterebbe due socialisti in governo. La politica svolta dalla sinistra in Ticino per decenni e decenni è stata ed è una politica di coerenza che non è solo il frutto di slogan elettorali, ma è espressione di una reale adesione emotiva delle persone nella politica da esse praticata. Se una volta, sulla base di un programma politico, si riuscisse ad avere una coalizione più ampia possibile, i presupposti per la riconquista del secondo seggio sarebbero dati. Per il 6 aprile sono stati fatti degli sforzi, ma evidentemente i tempi non sono ancora maturi. Lei esprime delle riserve sull’operato dei consiglieri federali socialisti. Fin dove può spingersi un socialista nel fare compromessi in nome della collegialità? È una domanda che mi angoscia ogni volta che, al tavolo delle trattative con la controparte, ho un obiettivo e nel corso della discussione mi accorgo che questo è irraggiungibile: alla fine mi chiedo sempre se potevo fare di più. È una valutazione molto personale legata al momento stesso in cui si svolge la trattativa. Credo però che in ogni situazione si debba mettere in atto tutti i mezzi a disposizione per ottenere il massimo risultato possibile in quel momento. Sbagli quindi certamente quando non metti in atto tutti i mezzi di cui disponi. Ai consiglieri federali socialisti rimprovero di non ascoltare né la loro base, né quella parte di elettorato che non è necessariamente socialista, ma che sarebbe disposta a sostenerli. Lei parla esplicitamente della necessità di rovesciare il sistema capitalista. Per fare cosa, dopo? È un problema che si porrà su scala mondiale, perché se vogliamo più equità, dobbiamo ripartire le ricchezze in maniera più equa su tutto il pianeta. Questo non significa portare la televisione in tutte le capanne dell’Africa. Si tratta per incominciare di permettere ad ognuno di vivere senza essere sfruttato per una sua situazione di bisogno o di inferiorità economica, garantendo nel contempo degli standard minimi di salute e di istruzione: e questi sono beni di cui si può godere senza necessariamente dover raggiungere un benessere materiale di tipo occidentale. Lurati, carta di identità politica in dieci domande Signor Lurati, perché ha scelto il Ps per fare politica? Ho iniziato a fare politica nel Psa, partendo da Canobbio, un comune che non ha mai conosciuto le divisioni a sinistra. Oggi ritengo il Ps l’unico partito credibile in Ticino. Nel Ps si situa più nell’ala riformista o in quella radicale? In quella radicale, anche perché la mia professione di sindacalista mi porta a diretto contatto con chi la crisi la sente sulla sua pelle ogni giorno. Quale capacità o competenza personale porta in politica? La mia esperienza professionale, dapprima nell’industria privata, dove ho dovuto arrangiarmi per conseguire ogni anno risultati positivi, poi nei 14 anni di lavoro nel sindacato, vicino agli associati, per dare loro le risposte che si attendono. Questo tipo di esperienza manca nel Consiglio di Stato attuale: cinque avvocati non rispecchiano certamente la realtà sociale ticinese. Perché è utile darle un voto preferenziale? Per riconoscere in me la rappresentatività di una categoria sottorappresentata: votare chi ha alle spalle un’esperienza di gavetta significa votare chi può capire i bisogni delle classi meno abbienti. Il suo obiettivo personale per il 6 aprile? Fare una buona votazione, così da poter interpretare nelle istituzioni i bisogni della popolazione. In caso di elezione in Consiglio di Stato, che dipartimento vorrebbe dirigere? Non ho nessun motivo per ambire a sottrarre il Dipartimento Sanità e Socialità a Patrizia Pesenti. Miro piuttosto al Dipartimento economia e finanze di Marina Masoni. Qual è il problema più grave del Ticino di oggi? La sfarzosità: si crede che con espedienti quali i casinò sia possibile costruire una società migliore. Il Ticino ha bisogno di umiltà: occorre riconoscere i benefici portati dal valore aggiunto prodotto dai lavoratori, ripartendo meglio la ricchezza. E se l’odierna ricchezza effimera cessasse, potremmo tornare ad essere cantone di emigrazione. Cos’è per lei la “Comunità Ticino”? È la somma di persone, attività e capacità che devono essere meglio apprezzate rispetto ad oggi. Dando voce per incominciare a chi ora di voce non ne ha. Con chi deve lavorare il Ps per spostare a sinistra l’asse politico del Cantone? Con tutte le forze progressiste situate a sinistra del Ps, senza preclusione alcuna. A destra del Ps si possono invece trovare singole persone per costruire non alleanze organiche, ma ad hoc. Chi teme di più: George Bush o Marina Masoni? Certamente Bush, che ha il potere di fare molti più danni di Masoni, che pure ne fa già tanti.

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Venerdì 7 Marzo 2003

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