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Dietro lo specchio

Distruzione creatrice: ricchezza, povertà e tanta austerità

di

Ferruccio D'Ambrogio

Mentre la guerra in Ucraina è ancora in corso, il settore finanziario è in piena frenesia. La finanza, attore fondamentale del neoliberismo che è la dottrina dominante da un trentennio (massima libertà di azione, eliminazione delle barriere e/o dei vincoli, bassa fiscalità, libera concorrenza) vale la pena di conoscere cosa pensa il personaggio di spicco della finanza mondiale: Douglas “Larry” Fink, californiano cofondatore e presidente di BlackRock, attualmente la maggiore società di investimento mondiale. Creata 10 anni dopo la caduta del muro di Berlino, BlackRock ha assicurato un rendimento dell’Ipo (titoli di società per la prima volta sul mercato borsistico) “stellare” raggiungendo nel 2021 quota 9.000%. Non a caso annovera investitori istituzionali, casse pensioni, assicurazioni, e anche risparmiatori individuali.

 

A gennaio, come ogni anno Fink ha inviato la sua lettera agli azionisti. L’aggressione russa all’Ucraina ha spinto Fink a spedire il 24 marzo scorso una seconda lettera per precisare la posizione del suo Fondo. «I governi di tutto il mondo – scrive Fink – hanno imposto quasi all’unanimità delle sanzioni, compreso il passo senza precedenti di impedire alla banca centrale russa di impiegare le sue riserve di valuta forte». “BlackRock ha aderito sospendendo le attività con la Russia”, ciò che gli fa dire: «Queste azioni di guerra economica intraprese dal settore privato dimostrano il potere dei mercati dei capitali e cosa si può ottenere quando le aziende, sostenute dai loro stakeholder, si uniscono di fronte alla violenza e all’aggressione». Affermando che «la guerra all’Ucraina, nazione sovrana, è qualcosa che non abbiamo visto in Europa in quasi 80 anni» dimentica che 23 anni orsono, la Nato bombardò per 78 giorni di seguito città e infrastrutture di Serbia e Kosovo!

 

Ma veniamo alla diagnosi, Fink è categorico: «L’invasione ha posto fine alla globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni.

La sconnessione della Russia dall’economia globale  – spiega Fink – spingerà le aziende e i governi di tutto il mondo a riconsiderare le loro dipendenze e rianalizzare i propri parametri di produzione e assemblaggio»; spostando le operazioni sia all’interno del proprio paese sia nelle vicinanze. Strategia già avviata a seguito delle strozzature di approvvigionamento provocate dal Covid, ma che ora è un must. A preoccupare Fink è l’evoluzione dell’inflazione e dei salari («non hanno tenuto il passo, e i consumatori ne stanno sentendo il peso. Particolarmente vero per i lavoratori a basso salario che spendono una percentuale più alta del loro salario per beni essenziali come gas, elettricità e cibo»). Fink tace sulle ripercussioni delle sanzioni sul gas Russo, rispettivamente fertilizzanti e grano di cui la Russia è il maggior produttore mondiale. Scompensi impossibili da correggere a breve termine.


Insomma, riassumendo Fink, anche consulente di banche centrali, lucido nell’analisi resta fedele a Tina (“There Is No Alternative”, di Thatcheriana memoria): le banche centrali dovranno «decidere se vivere con un’alta inflazione o rallentare l’economia e l’occupazione per abbassarla». La transizione ecologica dovrà passare da fasi «marrone-marrone verde prima di giungere  al verde». Fink, senza dirlo, come Marx ammira la «distruzione creatrice del capitale» ma si distanzia da Marx riguardo alle conseguenze sociali derivanti che lasceranno sul campo, assieme a quelli che chiamano “settori zombie”, centinaia di milioni di posti di lavoro e di poveri... e tanta austerità.

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Giovedì 7 Aprile 2022

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