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E le Officine vanno al cinema

di

Gianfranco Helbling
Per un mese ha seguito passo per passo, giorno e notte, lo sciopero alle Officine Ffs di Bellinzona. Con la sua camera in mano era una presenza costante in pittureria accanto a Gianni Frizzo e agli altri membri del comitato di sciopero. Finalmente al Festival di Locarno il documentarista ticinese Danilo Catti ha potuto presentare il frutto del suo lavoro: "Giù le mani" è stato proiettato in prima assoluta di fronte ad un folto e partecipe pubblico il 15 agosto al palazzetto Fevi nella sezione Cineasti del presente. Ecco come il regista racconta il suo film.


Danilo Catti, con quale spirito si è buttato nell'impresa di filmare lo sciopero alle Officine Ffs di Bellinzona?
Sono sbarcato alle Officine come un turista. Non conoscevo nessuno. Subito ho capito che c'era una logica particolare: non erano i sindacati a condurre il gioco, ma gli operai. Il mio obiettivo non era di fare un diario dello sciopero, ma di accompagnarlo per vedere cosa sarebbe potuto emergere dal loro punto di vista. Volevo capire chi fossero questi uomini che credono ancora in valori non più di moda, a cominciare dal lavoro, quello fatto con passione, tramandato da operaio a operaio, con un forte senso etico. Quel che succedeva fuori non m'interessava: ero solo, non potevo essere dappertutto. Inoltre la pittureria è un luogo poco cinematografico, difficile da filmare per il continuo rumore di fondo. Ho quindi cercato di cogliere gli istanti più significativi: le discussioni, le riflessioni, i momenti di picchetto in cui gli operai erano soli. Per me è stata anche un'opportunità perché da diversi anni stavo meditando di fare un film sul sindacalismo.
Come nello sciopero, anche in "Giù le mani" l'eroe è Gianni Frizzo.
Sì, perché in breve mi sono convinto che lui realmente rappresenta tutti gli operai delle Officine. Questo è un film con i buoni e i cattivi, e con un eroe come sempre bellissimo: Frizzo è un personaggio bello perché è vero, abbina un istinto innato alla capacità di riflessione e a un forte bisogno di giustizia. È stato fondamentale perché lo sciopero potesse partire e perché i sindacati potessero intervenire avendo già un leader del movimento, che sa sempre ricondurre tutti all'essenziale. Durante lo sciopero ha ripetuto fino alla nausea i suoi concetti fondamentali, perché la controparte sperava che gli scioperanti cedessero per sfinimento: c'è stata una fase, verso Pasqua, in cui tutto il Ticino che conta è passato dalla pittureria a suggerire agli operai di cessare lo sciopero. Ma lui assieme agli altri membri del comitato ha saputo resistere e continuare a motivare i suoi colleghi.
Lei invece non ha seguito gli antagonisti, i vertici delle Ffs, che nel suo film si vedono soltanto attraverso immagini televisive.
Sono loro che non hanno voluto farsi filmare. Non è stata una mia scelta, io li avrei filmati volentieri nei vari incontri. Ecco perché ho dovuto ricorrere alle immagini della televisione. La differenza di stile emerge chiaramente. Ed emerge anche un tema di fondo del film: i padroni si esprimono soltanto quando ritengono di poter controllare la loro immagine. Il comitato invece ha aperto le porte della pittureria, e non solo a me. Il mio "privilegio" è stato che dopo una decina di giorni ho potuto cominciare a filmare anche le riunioni del comitato di sciopero.
Sulla base di quale accordo le è stato permesso di filmare anche queste riunioni?
È stato dapprima necessario che i tempi fossero maturi e che io dessi delle garanzie di tipo deontologico. Poi abbiamo soltanto pattuito che se nel comitato ci fossero state delle discussioni la cui diffusione avrebbe potuto comportare delle conseguenze sul piano legale, io avrei spento la camera. Ma non è mai successo. A parte questo, ho potuto filmare tutto. Compresi i (pochi) momenti di conflittualità all'interno del comitato.
La tradizione del cinema operaista è lunga e ricca di grossi nomi. Lei ha dei riferimenti precisi?
Non sono un cinefilo in questo senso. Mi concepisco come un cittadino che usa la telecamera e in qualche modo fa quel che fanno gli operai in Officina: dell'artigianato. Quindi non ci sono andato con un occhio cinematografico. Poi è chiaro che ho uno stile maturato con gli anni e filtrato da diversi riferimenti, come il cinema verità, ma credo che lascino un po' il tempo che trovano. Credo in un cinema che va dentro la realtà. Per cui ad un certo punto la camera fa naturalmente parte dello sciopero ma non per una scelta di campo: semplicemente perché se voglio raccontare la realtà in un certo modo è con la realtà che mi trovo ad interagire.
Lei sulle Officine di Bellinzona ci sta ancora filmando…
Sì, ho girato a tutt'oggi 200 ore. Per l'attuale versione di "Giù le mani" ne ho usate circa la metà. In una seconda parte del film che ho intenzione di montare (o in un secondo film) confluiranno altri materiali, dalla ripresa del lavoro in poi, comprese le diverse tornate negoziali. Lì si capirà molto anche di ciò che ha portato allo sciopero: dinamiche interne all'Officina che sono rimaste sospese per un mese ma poi si sono ripresentate puntuali alla ripresa del lavoro, come certe vessazioni da parte dei capi, il tentativo di isolare Frizzo e i compagni del comitato, loro che vanno nei reparti a discutere, le assemblee ostacolate dalla direzione, ecc...
Come ha scelto i materiali e con che criterio li ha montati?
Quando filmo non mi metto a fare premontaggi. Ho un mio metodo. Al montaggio faccio tavola rasa. Prendo distanza dalla situazione e cerco di capire qual è il senso ultimo di ciò che ho filmato, senza dover mettere tutto quel che mi piace o tutti i fatti rilevanti per la cronaca. La prima tappa al montaggio è stata dunque una precisa ricostruzione cronologica di tutti gli eventi. Poi ho allineato i materiali, arrivando a sette ore. E lì ho cominciato davvero a lavorare. Mi ha facilitato il compito avere una figura di riferimento come Gianni Frizzo, attorno alla quale il materiale si lasciava abbastanza naturalmente organizzare.
Cosa l'ha motivata in definitiva a gettarsi nell'avventura di "Giù le mani"?
È un movimento molto interessante che spero possa fare scuola. Abbina una logica da "Internazionale", da lotte del secolo scorso alla modernità di non essere ideologico e quindi di essere aperto all'ascolto e al dialogo. Purtroppo lo sciopero non è stato in grado di coinvolgere nella lotta gli altri siti interessati dalla ristrutturazione di Ffs Cargo – e infatti oggi le ferrovie fanno leva proprio sul fatto che lo sciopero non si sia allargato per far passare i ticinesi come i soliti rompiscatole. Per questo spero che il film esca dai confini ticinesi: per far cadere un po' di preconcetti come questo. Perché è un film svizzero che parla dei problemi del lavoro in Svizzera e in Europa. È un film che dice che abbiamo il diritto di essere noi stessi, che la nostra vita ci appartiene, che abbiamo il diritto e forse anche il dovere di dire di no.
Quindi "Giù le mani" vuole estendere la riflessione oltre il caso specifico delle Officine di Bellinzona.
Sì, il dibattito sul mondo del lavoro è molto povero. C'è paura, c'è disinteresse, c'è alienazione. Certo ci sono vertenze sindacali in tutta Europa per rivendicazioni di vario tipo, ma non ci sono più dibattiti con la sostanza che c'è stata e c'è a Bellinzona. Ma credo sia un dibattito assolutamente necessario soprattutto se penso al mondo del lavoro che si ritroveranno i nostri figli. Io credo ancora ad una cultura per la quale sul posto di lavoro sia possibile un dibattito interno, una partecipazione. Credo quindi che di una lotta come questa si debba fare tesoro. Anche perché la nostra vita per un terzo è fatta di lavoro, un lavoro che spesso ci condiziona, ci avvelena, ci fa male.


Una parabola sul mondo operaio

«Al direttore del Festival di Locarno Frédéric Maire avevo detto che gli avrei potuto proporre al massimo dei materiali montati, un work in progress. Quando lui è venuto a vedere una versione di "Giù le mani" molto vicina a quella che è stata proiettata a Locarno, mi ha detto: "questo non è più un work in progress. Questo è già un film". Così l'hanno preso». Il regista Danilo Catti non ne fa un mistero: lui il suo lavoro sulle Officine di Bellinzona non l'ha certamente finito con la proiezione del film "Giù le mani" al Festival di Locarno. Perché quella che ha mostrato il giorno di ferragosto in un Fevi scrosciante di applausi e commozione è soltanto la prima parte (o la prima versione) del suo film.
Già così però "Giù le mani" è un lavoro compiuto, che del cinema ha il respiro, la capacità di emozionare e far riflettere, di gettare una nuova luce su fatti conosciuti. Ma soprattutto di dare un punto di vista forte, schierato: accanto agli operai, dalla loro parte non per partito preso, ma per l'intima convinzione maturata in un mese di convivenza, di condivisione di speranze e paure.
"Giù le mani" segue un andamento cronologico (comincia il 7 marzo, giorno dell'ormai celeberrima cacciata del direttore di Ffs Cargo Nicolas Perrin e dell'inizio dello sciopero, e termina con la ripresa del lavoro un mese più tardi), ma non è una cronaca. Non voleva e non poteva esserlo, perché il linguaggio di Catti è quello del cineasta, non del giornalista o dello storico. Da qui qualche incomprensione, e i rimproveri anche pubblici al regista per aver dimenticato il tal evento o il tal personaggio o, al contrario, per aver dato troppa enfasi a fatti considerati minori. Catti ha dovuto fare una scelta, e ha scelto ciò che, al di là degli episodi contingenti, permette di raccontare lo sciopero alle Officine di Bellinzona anche a chi non lo ha vissuto o seguito direttamente.
In questo senso "Giù le mani" funziona perfettamente, perché si presenta come una parabola sul mondo del lavoro, i suoi conflitti, le sue contraddizioni, retta da una drammaturgia (quella sì) data dalla cronaca e di rara forza. Così acquistano peso episodi marginali nello sviluppo complessivo della vicenda, ma carichi di profondo significato. Citiamone qualcuno: il tecnico che sconsolato al computer constata che le locomotive ferme per guasto non bastano ancora a mettere in crisi le Ffs, le mogli e compagne del gruppo donne che vivono il loro dramma lontano dai riflettori, le tensioni nella riunione del comitato di sciopero in cui si decide di convocare quella che sarà una manifestazione decisiva, il consigliere federale Moritz Leuenberger che rifiuta di farsi fotografare con il comitato di sciopero perché, dice, «gli sconfitti non devono essere umiliati».
Ma il lavoro di Catti è notevole anche per la sua qualità filmica. Girato con mano sicura e ferma in situazioni non sempre tranquille e facilmente leggibili, dimostra una notevole capacità di comprensione della realtà, con lunghi piani-sequenza che consentono ai personaggi di agire nel loro contesto, di respirare, trasmettendo così anche il senso di un'atmosfera – quella di uno straordinario episodio di solidarietà operaia.

Pubblicato

Venerdì 29 Agosto 2008

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