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I Berliner e gli ado

di

Gianfranco Helbling
Ha già avuto un grosso successo di pubblico: 600 mila spettatori in Germania, 100 mila in Svizzera. Tantissimi per un documentario. Si tratta di “Rhythm is it!” di Thomas Grube e Enrique Sanchez Lansch. Protagonisti sono 250 ragazzi delle scuole di Berlino provenienti dai più diversi contesti socioculturali e per la maggior parte senza alcuna esperienza di danza o di musica classica. Sotto la guida del coreografo Royston Maldoom mettono in scena il balletto de “La sagra della primavera” di Igor Stravinsky. A suonare ci sono i celeberrimi Berliner Philarmoniker diretti da Simon Rattle. Entro tre mesi deve nascere uno spettacolo da presentare di fronte a 3 mila spettatori. Un progetto decisamente originale, che mette a nudo le sensibilità, gli umori, le paure e le passioni di questi adolescenti, perfettamente colti da “Rhythm is it!”. Il film ha il pregio di raccontare bene quest’avventura creativa, con grande ritmo e competenza tecnica da un lato, con la necessaria sensibilità e il dovuto rispetto per i ragazzi dall’altro. Da oggi è in distribuzione in Ticino a Locarno (Rialto), Lugano (Corso) e Mendrisio (Teatro). Uno dei due coregisti, Sanchez Lansch, ce lo presenta. Enrique Sanchez Lansch, che cosa vi ha affascinato del progetto di Rattle e Maldoom con i ragazzi berlinesi? Nel 2002 con l’arrivo di Simon Rattle come nuovo direttore musicale si è aperta una nuova era per i Berliner Philarmoniker. Rattle si interessa molto a quelle persone che non vanno necessariamente a sentire un concerto dei Berliner. E questo progetto parte proprio dalla domanda che i Berliner Philarmoniker si sono posti, ma che riguarda oggi tutte le più importanti istituzioni culturali, cioè come giustifichiamo la nostra esistenza? D’altro lato ci ha colpito la visione di aprire un pezzo di musica classica considerato difficile come “La sagra della primavera” a gente che non si interessa di musica classica. Questo progetto infine ci avrebbe consentito di osservare il lavoro di questa prestigiosa orchestra da un punto di vista più sorprendente. I Berliner Philarmoniker devono legittimarsi di fronte ai berlinesi? Non necessariamente. Ma la maggior parte del loro pubblico supera i 65 anni di età. Si sono quindi chiesti perché i giovani non li seguano, rispettivamente che cosa possono fare loro per dei giovani che oggi come mai in passato sono resi insicuri dalla mancanza di prospettive concrete per il futuro. Da qui l’idea di un lavoro di iniziazione alla musica classica con dei giovani da realizzare in una comunità che esige concentrazione e disciplina, lavoro che può portarli alla scoperta di una passione, di un talento. E in effetti stando a ciò che riferiscono i docenti i ragazzi che hanno partecipato al progetto hanno poi avuto un atteggiamento e un rendimento migliori a scuola. Si tratta però di un tipo di progetto che ha bisogno di personalità straordinarie perché possa nascere e vivere: se non ci sono i Rattle e i Maldoom difficilmente un lavoro come questo può essere istituzionalizzato. Sì e no. È vero che questo progetto ha potuto vedere la luce una prima volta perché c’era la disponibilità di personalità come Rattle, un direttore decisamente unico nel suo genere, e Maldoom, che ha un’esperienza di 30 anni con progetti simili dall’Europa all’Africa all’America del Sud. Ma questo lavoro può essere proseguito da chi ha le competenze necessarie nel suo campo specifico. Proprio Maldoom viaggia molto e collabora in ogni luogo in cui si ferma con giovani docenti di danza proprio perché loro poi possano portare avanti questi progetti nel loro ambiente di lavoro quotidiano. In questo progetto i ragazzi coinvolti si limitano ad eseguire quanto deciso dagli adulti: la loro libertà creativa è fortemente limitata. È vero. Questo progetto però era inserito in un programma più articolato che funzionava di solito con modalità diverse. Altri progetti prevedevano ad esempio che i membri dei Berliner andassero nelle scuole e facessero un lavoro che assecondasse la creatività dei giovani: erano i ragazzi che componevano e suonavano seguendo la loro creatività, mentre i professionisti erano lì per moderare e dare consigli. Il metodo di Royston Maldoom prevede invece che lui con i ragazzi lavori come se fossero dei professionisti. Questo implica la presenza di un coreografo che prende le decisioni e la disciplina da parte di coloro che eseguono affinché l’idea del coreografo sia esattamente trasposta in scena. In questo quadro molto strutturato ogni ragazzo può trovare una casella in cui dare spazio alla sua creatività, ma è una casella piccola e con bordi ben delimitati. Un tema centrale nel film è la disciplina come metodo di lavoro, che alla maggior parte dei ragazzi pare del tutto estranea. Nessuno dei 250 ragazzi aveva partecipato in precedenza ad un processo che imponesse di imparare la disciplina come metodo di lavoro. Spesso la scuola non è in grado di aiutarli. Abbiamo incontrato dei ragazzi di 15-16 anni che non avevano la disciplina necessaria per rispondere a delle domande di un’intervista. Questo alle soglie del mercato del lavoro, che è sempre più esigente: mi chiedo come faranno per venirne a capo. In questo clima molto esigente non siete diventati complici dei ragazzi? No, ma è vero che avremmo potuto diventarlo. Anche perché abbiamo lavorato con un’équipe ridotta e in breve tempo nessuno s’è più accorto della nostra costante presenza. Ma è importante per fare un documentario saper mantenere la distanza dal proprio soggetto ottenendone nel contempo la fiducia ed evitando per paura di essere complici di mantenere una distanza eccessiva. Per ottenere questo risultato si tratta in primo luogo di non scegliere come soggetto coloro che si impongono sugli altri per essere protagonisti del film e che così facendo creano un personaggio. Uno dei tre ragazzi che abbiamo deciso di privilegiare, Martin, ci ha detto cose molto profonde e intime, ma all’inizio era l’unico che categoricamente si era rifiutato di partecipare al nostro film. Lei è cantante lirico di formazione ma ora lavora nel cinema. Perché? Come cantante posso solo essere interprete di opere già fatte. Il cinema invece attraverso i suoi generi e le diverse competenze che richiede offre molte più possibilità espressive. Ma non sono pentito di aver studiato canto, lo rifarei: è un ottimo modo per conoscere sé stessi. Inoltre ad esempio in questo film la mia formazione è stata fondamentale per ottenere la fiducia dei Berliner Philarmoniker: sapevano di parlare con qualcuno che capisce la loro vita e il loro lavoro. Ora sta preparando un film di fiction ambientato a Berlino negli anni ’80, con protagonista una guardia di confine della Ddr. Perché? Vivendo a Berlino si percepisce molto facilmente la difficoltà che incontrano i tedeschi dell’Est e quelli dell’Ovest ad integrarsi. Al contempo ogni giorno spariscono testimonianze di quel che fu la Germania fino all’89, e già oggi molti giovani non ne hanno più nessuna memoria. Mi sembra quindi importante raccontare come si viveva in Germania durante la guerra fredda, e per fare questo mi sembra interessante la prospettiva di chi non era vittima del regime della Ddr ma anzi credeva molto negli ideali su cui era stato costruito il sistema.

Pubblicato

Venerdì 20 Gennaio 2006

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