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La mano invisibile

I soldi ci sono, basta distribuirli meglio

di

Silvano Toppi

C’è un interrogativo che va per la maggiore e che appare ogni volta che si avanza una proposta redistributiva: dove li prendete i soldi? (vale per l’aumento delle pensioni Avs, per affrontare i problemi dell’ambiente, per un adeguamento dei salari ecc.). Per rendere l’idea di ciò che voglio dire e sostenere, accosto alcune recenti notizie con poche cifre significative.


The Economist, rivista economica bibbia neoliberale, rilevava recentemente due grossi pericoli per l’economia universale: un movimento concentrazionario, che definisce “storico”, delle imprese (solo quelle americane dal 2008 si sono concentrate per un valore di diecimila miliardi di dollari); una esplosione incredibile dei profitti nell’ultimo decennio, con gli investitori che pretendono profitti sempre più elevati. La rivista ammette una conseguenza disastrosa: la ricchezza si concentra, gli alti profitti creano enormi diseguaglianze e riducono la parte attribuita ai salari. Non è una constatazione nuova. Da anni è presente anche nei rapporti delle grandi organizzazioni internazionali (Fmi, Ocse, Banca mondiale) come causa dell’attuale crisi.

 

C’è un dato relativamente nuovo che appare: una ragione dell’aumento rilevante dei profitti a danno dei salari sta anche nella tecnologia che induce a sostituire la macchina (robotizzazione) ai lavoratori. Qui si dà un dato dimostrativo: le 500 maggiori imprese americane utilizzano solamente il 10 per cento della popolazione attiva americana. Quindi, la ricchezza c’è, ma è sempre più concentrata in poche mani, e anche l’evoluzione tecnologica avviene a detrimento del lavoro.


Un rapporto della seria organizzazione Oxfam International calcola che, nonostante gli avvertimenti, le minacce, gli scandali, i regolamenti e controlli intensificati negli ultimi anni (soprattutto a causa del problema messo al centro di tutto e cioè l’alto indebitamento degli Stati, conseguenza dell’alto indebitamento privato), i conti offshore (quindi nei “paradisi fiscali”) delle persone fisiche ammontano a più di 7.600 miliardi di dollari (ciò che equivale al prodotto interno lordo di Germania, Gran Bretagna, e Francia messe assieme) e sono quadruplicati negli ultimi dieci anni. Risulta anche che le 200 maggiori imprese mondiali sono presenti almeno in un paradiso fiscale per un investimento totale superiore ai 20 mila miliardi di dollari. Le osservazioni che discendono da questi pochi dati sono tre: solo le imprese e le persone singole più ricche (quelle che dovrebbero pagare più imposte) hanno i mezzi per sfuggire al fisco; lo Stato (Confederazione, Cantoni) riducono la fiscalità ai più ricchi per trattenerli e ricorrono sempre più all’imposizione indiretta per rimediare (tasse varie, Iva, multe); a farne le spese sono i redditi salariali bassi e medi. Quindi, la ricchezza c’è, ma molta viene sottratta all’obbligo di contribuire alla comunità in cui si vive e di cui si approfitta.


I dividendi versati lo scorso anno solo dalle 25  maggiori imprese svizzere ai propri azionisti hanno superato i 40 miliardi di franchi. Rendimenti superiori dal 5 all’8 per cento rispetto all’anno precedente. Un aumento del 10 per cento delle pensioni Avs, pari a poco più dell’1 per cento dopo tanti anni, equivale a circa 7 miliardi di franchi. Un confronto che non sta in piedi? No, sta in piedi. Dietro l’Avs c’è il lavoro di una vita, anche quello che ha permesso quei dividendi e che ha diritto di chiedere una partecipazione dopo tanti anni all’asciutto. La ricchezza c’è, bisogna avere l’onestà di distribuirla meglio.

Pubblicato

Giovedì 8 Settembre 2016

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