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L'editoriale

Il mestiere di crescere

di

Gianfranco Helbling

Non ci voleva certamente l'ennesima strage degli innocenti a Newtown per ricordarci nell'imminenza del Natale quanto in tutte le società del mondo i diritti dell'infanzia siano sistematicamente negati. Le cronache ce lo ricordano ogni giorno. Anche qui. Dopo di che è facile mettersi il cuore in pace: chi commette certi reati lo bolliamo come mostro, quindi estraneo alla nostra comunità di persone civili. Non ci appartiene, non ne portiamo nessuna responsabilità. Eppoi da noi i bambini hanno tutto, dalla formazione all'occupazione del tempo libero, con tanto di feste comandate da McDonald e tanti bei pacchetti colorati per Natale: la più classica delle infanzie dorate.


È davvero così? All'apparenza forse, e comunque non per tutti. Ma soprattutto il mestiere di crescere è oggi molto più difficile, complicato ed esigente di quello che i genitori o i nonni di oggi al loro tempo hanno vissuto. Per capirlo basta dare un'occhiata ai programmi scolastici e ai compiti che, alle elementari piuttosto che alle medie, gli allievi di oggi si portano a casa. Non c'è paragone nella quantità e nella qualità delle nozioni rispetto a quanto si insegnava (e si doveva apprendere) 30 o 50 anni fa. Non solo: anche la società è cambiata, è diventata più complessa, difficile da decifrare per un adulto, figurarsi per un bambino.


A fronte di questa crescente complessità, la scuola strutturalmente non è cambiata: mette a disposizione gli stessi anni di apprendimento che già concedeva quando le nostre società erano contadine e il mondo spesso non andava oltre la propria valle. Più anni non se ne possono fare, lo stabilisce Harmos, si dice. Eppoi l'economia vuole dei neolaureati sempre più giovani, formarli costa, dunque devono stare il più a lungo possibile sul mercato del lavoro per rimborsare l'investimento. Così la scuola si è fatta più esigente e selettiva: l'incubo delle indagini Pisa è riversato pari pari dai capidipartimento dell'educazione ai bimbi sui banchi di scuola, ed è un continuo fare verifiche e test, compiti e confronti.


Che senso abbia tutto questo è difficile da capire. Ma ancora più difficile è capire quale infanzia si vuole dare ai bambini di oggi e a quelli di domani, nella palese contraddizione fra altisonanti enunciazioni di principio e una quotidianità che per molti di loro diventa sempre più difficile da vivere. Anche quando attorno a loro di mostri non ce ne sono. Varrebbe semmai la pena di chiedersi se non sia questo modo di concepire l'infanzia, competitiva ed esigente, a contribuire in maniera importante alla formazione di certi mostri.

Pubblicato

Venerdì 21 Dicembre 2012

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