Il moralismo fumoso del proibizionismo

Proprio mentre mi accingo a scrivere questo pezzo ricevo una telefonata da un non meglio precisato Centro della salute. La voce sorridente della telefonista mi propone l’acquisto, a prezzo promozionale, di prodotti antinfiammatori che dovrebbero produrre una ricaduta positiva sulla riduzione del girovita. Tutti prodotti rigorosamente naturali, precisa la telefonista. Riconosco la perfetta tempestività della campagna e la bontà del progetto, – siamo a ridosso delle abbuffate delle Feste, – ma non posso nascondere la stizza per questa aggressività pubblicitaria, sicché declino l’invito. Queste campagne salutistiche sono soltanto uno dei segni della decadenza della nostra società: solo le società in declino, sostiene l’antropologo, mostrano così tanta preoccupazione per l’estetica. La stessa cosa vale per la voglia di proibizionismo che gira intorno ai viziosi del fumo (anzi, per evitare ambiguità: del tabacco). Questa settimana, in Italia, è scattata la proibizione del fumo nei locali chiusi. E va bene. Sono un fumatore ma mi adeguo. Sarà un allenamento per il futuro. Fumare è umano, no? E allora perché questo accanimento? Tira aria di proibizionismo, per quanto ci si ostini a negarlo. E poi la traduzione politica della proibizione è demagogia. Ne esce esaltata la figura di un ministro, un tecnico, con conseguente sdoganamento di un governo la cui cattiva reputazione è arciconosciuta. Proibire il fumo all’interno dei locali chiusi insomma, come ha decretato il ministro Sirchia, è un modo troppo facile per avere ragione. Ora, io non ce l’ho con chi vuole proibire il fumo. Il fumo è dannoso. Contiene prodotti cancerogeni. Ce l’ho con il moralismo: con l’imposizione della salute per legge. Il fumo è dannoso almeno quanto l’inquinamento industriale (e quello verbale: cioè i cellulari e la pubblicità). A proposito: come la mettiamo con la salute mentale? Il fumo è altrettanto dannoso dell’emorragia dei valori sociali, della maleducazione, del non rispetto della privacy. Il fumo è nefasto quanto certa televisione, le droghe, la fame, l’Aids eccetera. In realtà, come ha detto opportunamente in un’intervista un collega di Sirchia, il mondo non si divide in fumatori e non fumatori, ma in persone educate e maleducate. E il terrorismo, (o l’integralismo) di chi si scatena contro i fumatori non fa bene. Allontana ogni possibile nuovo paradigma. Io rivendico quello che pomposamente si chiama il diritto all’autodeterminazione. E cioè rivendico la libertà di scegliermi un mio progetto di vita, in accordo con quanto ha scritto Umberto Veronesi sul “Corriere della Sera” (che pure aveva dato il primo impulso alla legge), e anche di morte: come sosteneva Indro Montanelli riferendosi all’eutanasia. È più che giusto che si debba lottare per la qualità della vita, ma, in questo caso, perché non limitarsi a una sottomarca?

Pubblicato il

21.01.2005 14:00
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