«Il salario deve consentire di vivere dignitosamente»

Votazione del 9 febbraio e mercato del lavoro ticinese: parla Laura Sadis

Il Ticino, con quasi un 70 per cento di sì, è il cantone in cui si è registrata l’accettazione più alta dell’iniziativa contro l’immigrazione. Ma è anche il cantone che patisce di più gli effetti della libera circolazione delle persone. La consigliera di Stato e direttrice del Dipartimento cantonale delle finanze e dell’economia Laura Sadis ha accettato di rispondere (per iscritto) ad alcune nostre domande.

 

Signora consigliera di Stato, il governo ticinese, nonostante l’alta posta in gioco, durante la campagna non si è espresso sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Come mai questa scelta? Forse perché la maggioranza era favorevole?
Il Governo cantonale è stato per molti anni prudente, per non dire reticente, nell’esprimere la propria opinione su oggetti federali in votazione popolare, anche se rilevanti. Un atteggiamento da me sollevato più volte criticamente. Nel caso specifico le opinioni erano divergenti, con una maggioranza tendenzialmente contraria all’iniziativa. Comunque i singoli membri del Consiglio di Stato si sono espressi pubblicamente prima della votazione.

È rimasta sorpresa dal successo ottenuto dall’iniziativa a livello nazionale?
No. Mi attendevo un massiccio voto favorevole in Ticino, come pure un voto urbano nazionale non in grado di controbilanciare i “sì” all’iniziativa. A livello nazionale si è sottovalutato il tema, in tutte le sue sfaccettature, anche emozionali e identitarie, non solo economiche. Le ragioni del “sì” infatti sono molteplici e il risultato è il frutto di sentimenti anche eterogenei, proprio perché l’oggetto in votazione interpellava i cittadini su svariate tematiche: immigrazione, rapporti con l’Unione europea, sovranità e identità nazionale, mercato del lavoro e dell’alloggio, mobilità.

Si può affermare che l’ampio consenso ottenuto in Ticino sia direttamente proporzionale ai problemi che investono il mercato del lavoro di questo cantone?
Il legame tra le problematiche del mercato del lavoro – reali e presunte – e l’ampio successo dell’iniziativa in Ticino appare piuttosto evidente. Indubbiamente il nostro territorio avverte in modo particolare la pressione derivante dalla crisi che ha colpito l’Italia e la Lombardia. Il Ticino è diventato molto attrattivo e questa evoluzione si è tradotta in una rapida crescita del numero di frontalieri, che ormai occupano un quarto dei posti di lavoro, così come nella crescita di fenomeni negativi come il dumping salariale e la sostituzione della manodopera residente con quella frontaliera. Evidentemente queste problematiche preoccupano e disorientano la maggioranza della popolazione ticinese che ha intravisto nell’iniziativa uno strumento per tornare a essere padrona in materia di immigrazione. Il tutto in un clima mediatico enormemente incentrato su questo tema, che a sua volta viene utilizzato dalle forze politiche.

Violazioni legali e contrattuali, abusi ripetuti, casi di caporalato, dumping salariale, sostituzione di manodopera, lavoratori stipendiati regolarmente e poi costretti a restituire parte del salario una volta rientrati in patria.  Sono fenomeni ormai all’ordine del giorno nella realtà economica ticinese. È preoccupata?
Alcune dinamiche che si sono rilevate dai controlli del mercato del lavoro sono effettivamente preoccupanti e proprio per questo motivo negli ultimi anni l’attività di sorveglianza e di repressione degli abusi è divenuta una chiara priorità del mio dipartimento, anche se occorre ribadire che gli strumenti a disposizione del Cantone sono limitati e dipendono in larga misura da quanto previsto dalla Confederazione. Considerato il margine di manovra, a livello cantonale si è comunque intervenuti in maniera rilevante e soprattutto seria e determinata. Mi preme sottolineare – solo per citare le decisioni più importanti – l’inasprimento delle sanzioni a carattere finanziario previste dalla Legge sui lavoratori distaccati e l’adozione di nove contratti normali di lavoro con salari minimi vincolanti, le cui violazioni dal 2013 sono adeguatamente sanzionabili anche grazie alle sollecitazioni del Dfe e agli intensi contatti con l’autorità federale. Proprio i contratti normali di lavoro costituiscono uno strumento indispensabile per la lotta al dumping salariale e, attraverso nuove inchieste avviate o già concluse, il loro numero si estenderà a nuovi settori anche nel corso del 2014.  

Le autorità federali sembrano essersi accorte della situazione in Ticino solo dopo il voto di domenica. La consigliera federale Simonetta Sommaruga ha riconosciuto che il Ticino, per la sua vicinanza con l’Italia, «vive una situazione veramente speciale» (per cui c’è «veramente qualcosa da fare»). Non le pare una scoperta un po’ tardiva? E non pensa che tutte le valutazioni sull’impatto della libera circolazione fatte negli anni dal Seco siano sempre state poco in linea con la realtà del Ticino?
La situazione del Ticino è conosciuta da tempo anche a Berna. Negli ultimi anni come Dfe abbiamo svolto – e continuiamo a farlo – un importante lavoro d’informazione e di sensibilizzazione nei confronti dell’autorità federale, per far sì che le nostre specificità di regione di frontiera e alcune problematiche connesse siano riconosciute. Basta ripercorrere l’agenda degli incontri con i consiglieri federali degli ultimi anni per sincerarsene. L’ultimo rafforzamento delle misure d’accompagnamento, deciso dalle Camere federali nel 2012, è il frutto anche di questo lavoro, come pure della collaborazione impostata con altri cantoni di frontiera. Anche oggi siamo presenti nei gruppi di lavoro istituiti dal Consiglio federale, però dopo il voto del 9 febbraio scorso ci chiediamo con notevole preoccupazione che cosa ne sarà di queste misure a tutela del mercato del lavoro. Ne va anche del partenariato sociale, un aspetto assolutamente determinante nel nostro Paese.

A livello nazionale diversi esponenti politici (tra cui il presidente e un ex vicepresidente del Plr, suo partito di appartenenza) ipotizzano un allentamento o addirittura l’abolizione delle misure accompagnatorie in vigore. Anche nel previsto regime di contingenti, non si dovrebbe marciare in direzione opposta? Il governo ticinese quali misure propone per arrestare il degrado in atto?
Il Consiglio federale ha comunicato che fino al momento dell’approvazione della legislazione di applicazione, che dovrà intervenire entro il termine di tre anni, rimangono valide le regole odierne. Sarà quindi fondamentale tenere alta la guardia e continuare a controllare il mercato del lavoro per evitare quei fenomeni di dumping e di sostituzione di personale che portano inevitabilmente a una distorsione della concorrenza tra le aziende che operano secondo le regole e quelle che invece agiscono in maniera scorretta. Chiedo però anche molto chiaramente responsabilità sociale alle aziende che operano nel nostro territorio.
Per quel che riguarda la messa in atto di nuove misure, occorre ricordare il rapporto del Consiglio di Stato contenente una sessantina di proposte, di competenza sia cantonale che federale, inerenti alla tematica dei lavoratori frontalieri, indipendenti e distaccati. In aggiunta, proprio di recente il Consiglio di Stato ha proposto alla Seco di estendere a tutti i settori il principio della responsabilità solidale nel contesto dei subap-
palti, così come di creare una base legale che permetta di sanzionare il mancato rispetto dell’obbligo d’informazione e di consultazione dei documenti da parte delle Commissione tripartita.

Nel settore terziario abbiamo assistito negli ultimi anni a un’impetuosa avanzata del numero di frontalieri pagati con salari da fame. Ci sono avvocati, medici fiduciari che pagano le loro segretarie 2.000 franchi al mese. Vi sono poi gravi abusi in alcuni rami del settore industriale (che hanno portato il Cds ad imporre salari minimi) ma che vengono negati e minimizzati dall’associazione padronale. Tutto questo non rivela un problema di generale mancanza di etica, contro cui è difficile trovare antidoti?
Il senso di responsabilità delle aziende verso il territorio nel quale operano e dove trovano le infrastrutture e le condizioni di contesto che permettono loro di potersi sviluppare è una premessa fondamentale per rendere veramente efficaci le azioni intraprese dallo Stato per prevenire e sanzionare gli abusi.
Anche per questo motivo il Dfe ha deciso di premiare concretamente le imprese che dimostrano tale senso di responsabilità, in particolare attraverso un sistema bonus/malus per la graduazione dei contributi in base alla Legge per l’innovazione comprendente anche una valutazione dei livelli salariali e dell’impiego di personale residente. Risulta infatti fondamentale sviluppare una cultura d’impresa che investa innanzitutto nel capitale umano e che faccia gioco di squadra con il territorio. A questo senso di responsabilità si deve poi accompagnare anche l’impegno delle forze sindacali nel ricercare il dialogo con le imprese e nel rafforzare il partenariato sociale che rimane un presupposto fondamentale per il benessere del nostro Paese.

Tempo fa lei affermò di avere «una certa simpatia» per l’iniziativa sindacale per l’introduzione sul salario minimo legale di 4.000 franchi al mese. A pochi mesi dalla votazione, ritiene che questo strumento possa contribuire ad attutire i fenomeni di dumping sopra descritti?
Ho espresso simpatia per una proposta di salari minimi differenziati, anche se è una proposta di non facilissima attuazione. Tutto dipenderà dall’atteggiamento delle associazioni padronali dopo il voto del 9 febbraio scorso. La flessibilità del nostro mercato del lavoro è sicuramente un vantaggio concorrenziale a livello internazionale, ma ciò non deve portare a retribuzioni che non consentono di vivere dignitosamente in Svizzera e in Ticino. I Paesi cosiddetti avanzati devono chiedersi sin dove si può o deve spingere la concorrenza globale quale giustificazione per una compressione dei costi di produzione, inclusi ovviamente i salari. Trattasi anche di elementi di civiltà.

Pubblicato il

20.02.2014 11:48
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