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In carcere il teatro è necessità

di

Gianfranco Helbling
I critici sono concordi: la Compagnia della Fortezza di Volterra è uno dei gruppi teatrali più interessanti e innovativi della scena italiana ed europea. Ma si tratta di un gruppo molto particolare: tutti i suoi attori sono prigionieri del carcere della cittadina toscana, condannati a lunghe pene detentive. Ed è proprio per poter lavorare in forma laboratoriale su un lungo periodo di tempo che il regista napoletano Armando Punzo entrò nel 1988 in quel carcere. Da allora la Compagnia ha quasi sempre prodotto uno spettacolo all’anno, presentato per poche repliche nel cortile della vetusta e impressionante struttura. E da allora i premi e i riconoscimenti da parte dei critici e del pubblico si sono accumulati. In questa intervista Punzo spiega i principi del suo agire in carcere, fra arte al più alto livello e lavoro sociale. Armando Punzo, l’andare nel carcere di Volterra a vedere la Compagnia della Fortezza per stupirsi della sua bravura sta diventando un rituale. Qualche attore della Compagnia dopo 15 anni si dice stufo di essere applaudito una volta all’anno per poi essere dimenticato e lamenta la mancanza di prospettive. Di quali nuovi stimoli avete bisogno? È vero che per chi è impegnato da anni nel lavoro teatrale con la Compagnia il limitarsi al solo riconoscimento del buon lavoro svolto diventa col tempo sempre più limitativo. Il problema è come andare oltre questo riconoscimento da parte di critici, professionisti e pubblico. La prospettiva è quella di immaginare questa attività come un lavoro. Perché non immaginare che i nostri attori possano essere pagati, non necessariamente tutto l’anno, per lo sforzo profuso nell’allestimento di uno spettacolo, come qualsiasi altro attore? Questo attualmente non è possibile perché è una di quelle cose che il sistema carcerario non prevede. Con il rischio di annullare questa esperienza, condannata ad estinguersi se non ha prospettive di sviluppo. Ma già 5 anni fa dichiaravate che il prossimo obiettivo della Compagnia della Fortezza era il riconoscimento del proprio lavoro come un qualsiasi altro lavoro svolto in carcere: perché siete ancora lì? Me lo chiedo anch’io. È evidente che non tutti gli obiettivi si possono raggiungere subito. Forse tocca semplicemente a noi aprire la strada affinché in futuro, fra 20 o 30 anni, esperienze analoghe possano svolgersi in tutta normalità. Oggi però il mondo fuori dal carcere, in special modo la politica, non è ancora sufficientemente maturo per accettare come normale un discorso di questo tipo. Del resto oggi noi sfruttiamo tutto ciò che il teatro ha saputo conquistarsi nel corso del ‘900: dobbiamo aprire la strada, e nel frattempo avere pazienza. Quanto c’è di Punzo e quanto c’è degli attori negli spettacoli della Compagnia della Fortezza? Credo che gli attori della Compagnia sentano costantemente il bisogno di nuove possibilità per essere messi alla prova. Per loro rimettersi in gioco è una necessità quotidiana. Io invece mi confronto con i miei fantasmi, i bisogni di raccontare che sento. La Compagnia della Fortezza produce i suoi spettacoli a partire dall’incontro di queste due necessità: io senza di loro non potrei fare nulla, loro senza di me troverebbero altre vie per dar sfogo alla loro necessità. Si parla molto di ciò che il teatro può dare al carcere. Che cosa al contrario l’esperienza di lavoro in carcere può dare al mondo del teatro? Quel che finora ho visto è una necessità, una nuova possibilità per il teatro. Non l’unica possibilità, ma comunque un modo per ri-immaginarsi la necessità del teatro. Forse questo è ciò che vedo di più perché è ciò che finora più mi ha interessato. Ogni volta che mi ritrovo a riflettere sul lavoro quotidiano in carcere non posso che immaginarmi la necessità per gli esseri umani del teatro: ad un certo punto ne hanno avuto bisogno per superare una situazione psicologica che sentivano come angosciante. Ed è quanto credo di ritrovare in carcere: chi vive quella situazione ha bisogno di una soluzione alla sua angoscia quotidiana che non riesce a trovare attraverso i canali ordinari. In carcere quindi il teatro può tornare ad essere una necessità. A volte mi capita di vedere camminare un detenuto qualsiasi e di dirmi che è un clown: perché l’essere in qualche modo clownesco mi pare insito nella natura umana come riserva, come spazio di fuga. Che come tale emerge con più facilità in carcere. Ma per tutti coloro che lavorano nella vostra Compagnia non c’è il rischio che il fare teatro diventi un’abitudine, che tutto si risolva nella routine? La Compagnia della Fortezza ha già le sue routines. Ma mi pare molto più difficile costruirsele in carcere che fuori. Perché la necessità del teatro è tanto forte che è difficile che l’abitudine riesca a prendere il sopravvento. Gli attori della Compagnia della Fortezza hanno urgenze molto più forti di qualsiasi altro attore: hanno bisogno come nessun altro di incontrare il loro pubblico e di fare in modo che ciò su cui hanno lavorato per un anno arrivi agli spettatori in maniera chiara, forte, precisa. Spesso poi gli spettatori si stupiscono per la forza degli spettacoli della Compagnia della Fortezza: ma il bisogno di dire evidentemente è tale che impone la sua forma, ed è una forma cui il pubblico non è abituato. Il problema sta nel tradurre quest’urgenza in un quadro preciso e coerente. Perché il teatro è vivo oggi soprattutto fra gli emarginati: i detenuti, i portatori di handicap, i barboni? Perché il resto del teatro e della cultura è inteso in senso molto borghese, serve per acquietarsi, e non per far emergere contraddizioni, domande. Il teatro in sé non muore mai, ma è l’uso che se ne fa, consolatorio o tranquillizzante, che lo può uccidere. Si conosce poco il suo metodo di lavoro all’interno del carcere… Perché non me lo si chiede molto spesso. Di solito le conversazioni si limitano alla prima immagine: il carcere, i corpi, la forza. E il teatro tende a diventare un aspetto secondario. Un modo di lavoro c’è, non so se chiamarlo metodo… Ce lo può descrivere? Non faccio un lavoro a tavolino con il testo, le audizioni e la distribuzione delle parti. Si comincia però ad avere una certa tradizione di compagnia, per cui quando a settembre ci mettiamo a ideare un nuovo spettacolo non dobbiamo ogni volta ricostruire tutto da zero. Partiamo sempre da dei testi, cercando di individuare quello che ha delle parole, delle situazioni, delle idee, un messaggio, un’atmosfera che possano essere utili alla Compagnia perché in qualche modo ci riconosciamo in esso: o perché ci opponiamo a quel testo oppure perché vi aderiamo. Poco a poco gli attori si impossessano letteralmente del testo scelto, lo leggono, lo sottolineano, ne elaborano i contenuti, ne discutono fra di loro o con me, ne selezionano i passaggi che più li colpiscono. È a questo punto che cominciano anche le proposte da parte loro, e il mio compito è creare le condizioni perché ognuno trovi il suo posto nello spettacolo e le cose da dire secondo le sue necessità. Io non sono il regista che ha in mente chiara la strada e la indica: per altri funziona così ma non per me. Ho delle intuizioni, delle idee, delle direzioni, e mano a mano le confronto con le proposte che gli attori mi fanno, rifiutandole, adeguandole o migliorandole dove necessario. Fondamentale è che si possano appropriare delle mie intuizioni e trasferire sé stessi dentro i loro personaggi. È immaginabile che un giorno gli spettacoli della Compagnia della Fortezza facciano completamente astrazione della situazione carceraria e della provenienza degli attori, quasi tutti meridionali? Credo che già l’ultimo spettacolo, “I pescecani”, si allontana molto dalle condizioni di partenza della Compagnia. Era questo uno dei presupposti su cui ho lavorato nell’allestirlo: non si trattava solo di mettere in gioco Brecht e l’“Opera da tre soldi”, ma tutta la concezione della Compagnia. Ripensando al percorso fatto in questi anni mi sono chiesto cos’è che avevo ancora voglia di vedere nel carcere che non avevo ancora visto, sia dagli attori che dalla Compagnia. Questo bisogno di allontanarsi risponde un po’ anche alla noia di sempre dover parlare dei nostri attori in quanto detenuti: così, se gli spettatori vogliono vedere il carcere, io cerco di mandarli in conflitto mostrando loro tutt’altro. Il teatro in carcere si sta diffondendo in realtà e con modalità diverse: quale errore va comunque evitato? Credo vi siano molti modi diversi per avvicinarsi a questo tipo di lavoro, non pretendo che l’unico sia quello che abbiamo “inventato” noi. L’unico punto sul quale non ammetterei discussione è che si devono assolutamente rispettare le persone. Anche questo non è un problema specifico al carcere, ma riguarda gli attori in genere: allestendo un progetto lo si deve fare confrontandosi realmente con chi ne è parte, mettendo tutti nella condizione di idealmente partecipare e non solo di eseguire il disegno elaborato dalla mente di una persona sola. In questo senso è necessario, lavorando in carcere, prestare attenzione alla condizione di debolezza in cui gli attori sono messi: si tratta di non usarli per non creare ulteriori danni. Al di là di ciò non c’è una sola soluzione sul lavoro in carcere con gli attori, perché sono diversi anche gli obiettivi di chi lo affronta in situazioni molto diverse l’una dall’altra. Lei non ha mai avuto paura di diventare qualcuno, un personaggio noto, “usando” i suoi attori? No. Ho però avuto paura di fare dei danni, pensando a cosa avrebbe potuto accadere se me ne fossi andato dopo aver creato delle condizioni in cui loro si sentono bene e hanno l’impressione di cominciare ad appropriarsi della loro vita. Ma mi sono poi reso conto che è un falso problema, mio e non loro: gli attori prendono da questa esperienza quel che possono e quel che vogliono, come facciamo tutti nella nostra vita. Io posso solo cercare di essere più sincero e diretto, ma non posso decidere cosa sia bene o cosa sia male per gli altri. Per discutere di questo problema avevo chiesto un appuntamento con Jerzy Grotowski: e lui mi aveva effettivamente suggerito che l’importante è avere piena consapevolezza di ciò che si sta facendo. In 15 anni di lavoro in carcere Armando Punzo non è mai arrivato ad un punto di saturazione? Al contrario, ci si arriva assai comunemente. Credo che sia un fatto ciclico, ma non riferito solo alla situazione carceraria. Come in ogni attività artistica ci sono dei momenti in cui sembra che tutto si veli, che ti esaurisci nel risolvere i problemi quotidiani senza saper sviluppare nuove visioni. Può immaginare che la Compagnia della Fortezza un giorno prosegua senza Armando Punzo? Sì, ma non adesso. Oggi la Compagnia ha ancora bisogno di una figura esterna che con gli attori-carcerati costruisce tutto un progetto e che non si limita quindi ad allestire uno spettacolo. Ma potrebbe accadere che un giorno qualcuno scriva uno spettacolo o diriga una messa in scena per loro. In questo momento la cosa mi sembra un po’ troppo difficile dal punto di vista pratico. Un can can dietro le sbarre L’obiettivo era spiazzare, sorprendere, demolire certezze, sul carcere come sul teatro (in carcere). Per i suoi 15 anni la Compagnia della Fortezza, i cui attori sono tutti detenuti del carcere di Volterra, s’è offerta uno spettacolo allestito al termine di un percorso laboratoriale durato due anni. Ne è nato “I pescecani ovvero cosa resta di Bertolt Brecht”, proposto la scorsa estate nella sua versione definitiva dopo che un anno prima era già stata presentata una versione intermedia (cfr. area n. 24 del 30 agosto 2002). E ciò che al pubblico nel rossissimo capannone allestito nel cortile del carcere di Volterra è stato offerto è quanto di più inatteso ci si potesse immaginare. Abituati a vedere negli scorsi anni spettacoli nei quali la riflessione veniva spesso portata sulla condizione di detenuti piuttosto che sulle cause che determinano una scelta di vita criminale, gli spettatori de “I pescecani” si sono trovati di fronte ad un’esplosione di vita, di colori, di musiche (dalla banda di paese al rock) e danze (su tutte un gioioso quanto estenuante can-can), di abbuffate e di festa. Dell’“Opera da tre soldi”, il testo di Brecht da cui è partita tutta l’operazione, sono rimasti solo brandelli, suggestioni, immagini, personaggi totalmente decontestualizzati. Col pubblico ammassato su delle gradinate attorno ad una sorta di pedana o seduto in scena ai tavolini di un improbabile bar, a diretto contatto con gli attori, la scena richiamava vagamente i cabaret tedeschi degli anni ’20. E in effetti un gran spettacolo di varietà è stato, lo spettacolo di un’umanità in preda a sfruttatori di ogni sorta ma narcotizzata, estasiata, ingannata, quindi stancamente e ritualmente felice. È l’umanità dei giorni d’oggi quella che con la regia di Armando Punzo gli attori della Compagnia della Fortezza hanno inscenato, con riferimenti espliciti a personaggi contemporanei (Berlusconi come il pescecane per eccellenza): per chiedere (senza risposte) se il mondo di quelli rimasti “fuori” sia davvero migliore di quello che si sono costruiti coloro che oggi vivono in carcere. “I pescecani” è sempre in bilico fra i generi: dal cabaret al varietà televisivo, dalla farsa al teatro dell’assurdo fino alla parodia del teatro epico, tutto vi è ammassato con gusto e senso della misura. In un’assordante e festosa girandola di suoni e colori i detenuti di Volterra dimostrano ancora una volta le loro qualità attoriali. Il gruppo guidato da Punzo si conferma una delle realtà più interessanti della scena teatrale contemporanea soprattutto per la capacità di costruire un linguaggio scenico proprio, caratterizzato da una marcata fisicità che non rinnega le regole fondamentali del teatro.

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Venerdì 6 Febbraio 2004

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