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Colletti sporchi

Inchiesta Fort Knox: la Svizzera confisca 1,6 milioni di franchi al re del contrabbando d’oro

Dopo la condanna in Italia, la Confederazione ha ordinato la confisca, ma resta il mistero su dove siano finite le oltre quattro tonnellate d’oro trafficate in Ticino

di

Federico Franchini

Nel 2017, un cittadino svizzero è stato condannato in Italia per aver guidato un'organizzazione di contrabbandieri che ha trasferito illecitamente più di quattro tonnellate d'oro dall'Italia al Ticino. Da parte svizzera, le indagini sono state rapidamente chiuse. Su richiesta dell'Italia, le dogane elvetiche hanno infine confiscato un conto bancario e una proprietà per piani in Engadina.

 

Petrit Kamata: il suo nome è stato a lungo al centro della cronaca nella provincia di Arezzo, principale distretto della lavorazione dell’oro in Italia. Quasi dieci anni fa, la Procura locale lanciò l’inchiesta Fort Knox che ha portato alla luce il più grande caso di traffico illecito di metalli preziosi mai scoperto nella Penisola. L’indagine è scattata nel novembre del 2012 con oltre 250 perquisizioni in gioiellerie, compro-oro e aziende di lavorazione orafe in tutta Italia. Decine di persone sono finite sotto inchiesta per associazione per delinquere e riciclaggio in relazione al contrabbando internazionale di oro.

 

L’inchiesta smantellò una potente organizzazione che, in poco tempi, aveva gestito non meno di 4.500 chili d’oro e 11.000 chili d’argento. L’associazione, strutturata con un sistema piramidale, operava nei distretti orafi italiani di Arezzo, Marcianise (Campania) e Valenza (Piemonte). Il vertice dell’organizzazione criminale, però, era in Svizzera. In Ticino, Petrit Kamata riceveva i metalli preziosi trasportati da una rete di intermediari che trasportavano la merce tramite auto modificate con dei doppi fondi. Tutte le consegne avvenivano in nero, scambiando l'oro con denaro contante in banconote di grosso taglio, trasportato da corrieri anch’essi muniti di vetture appositamente truccate.

 

Petrit Kamata, cittadino svizzero di origine albanese, nato a Milano nel 1948, è da tempo residente in Ticino. Negli anni novanta aveva gestito una società di trading di metalli preziosi, la Silgocom. Nel 2001 la società è scomparsa dal registro di commercio e il suo direttore si è fatto vieppiù discreto. Il suo nome è poi comparso sui radar degli inquirenti italiani che da allora lo considerano il capo dell'organizzazione, colui che dettava i prezzi e le condizioni di mercato.

 

Condanna in Italia, confisca in Svizzera

 

Nel novembre 2017, il Tribunale di Arezzo ha condannato 49 imputati tra cui lo stesso Petrit Kamata. Lo svizzero ha patteggiato una pena detentiva sospesa di due anni e a una multa di 4.000 euro. Le autorità italiane hanno anche ordinato la confisca di quasi 199 milioni di euro, corrispondenti ai profitti stimati del traffico. L'uomo ha impugnato questa sentenza davanti alla Corte di Cassazione, che, però, nel febbraio 2019 ha confermato la decisione del tribunale aretino.

 

Le autorità italiane hanno quindi richiesto la confisca dei fondi bloccati in Svizzera a seguito di una rogatoria delegata all’Amministrazione federale delle dogane, oggi rinominato Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (Udsc). Diversi conti intestati a Petrit Kamata e a suo figlio - anch'egli indagato ad Arezzo, ma poi assolto dal tribunale - sono stati bloccati. Il Tribunale penale federale (Tpf) si era pronunciato nel 2015, dando il via libera all'invio dei documenti bancari richiesti dagli inquirenti italiani. Si arriva così a quest’anno quando, a seguito dell’entrata in giudicato della sentenza italiana, l’Udsc ha deciso di confiscare un conto a Lugano del valore di circa 1,6 milioni di franchi e una proprietà per piani nel comune engadinese di Champfèr.

 

Ricorso respinto

 

Rappresentato dall'avvocato Filippo Ferrari, Petrit Kamata ha presentato ricorso al Tpf, chiedendo l'annullamento della decisione e il dissequestro dei beni. Ha sostenuto che la sentenza del tribunale di Arezzo del 9 novembre 2017, emessa nell'ambito di una procedura di patteggiamento, ha violato i principi garantiti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) visto che l’autorità non gli avrebbe prospettato la confisca del fondo e dei conti litigiosi. In una sentenza da poco pubblicata, i giudici di Bellinzona hanno tuttavia ricordato che il tribunale di Arezzo aveva ordinato la confisca di 199 milioni di euro "da eseguirsi, per la parte corrispondente al relativo ammontare, sugli importi di denaro, sui crediti e sui beni già in sequestro”. La sentenza italiana riguardava quindi anche i beni sequestrati in Svizzera. Non essendoci stato ricorso al Tribunale federale, la sentenza è quindi definitiva.

 

Prossimamente, il saldo del conto sarà quindi trasferito in Italia dopo una procedura di ripartizione con la Svizzera. L'Udsc ordinerà inoltre al catasto dei Grigioni di procedere alla vendita dell'appartamento, il cui ricavato sarà a sua volta distribuito alle autorità italiane, previo rimborso dell'ipoteca e previa procedura di sharing.

 

Ma la Svizzera cosa ha fatto?

 

Dopo dieci anni, l'indagine Fort Knox, che tanto ha fatto parlare di sé si avvia quindi alla conclusione. Tuttavia, una domanda fondamentale resta senza risposta: dove è finito l'oro che Petrit Kamata ha ricevuto in Svizzera?

 

La sentenza del Tpf del 2015 dichiarava che l'uomo aveva a disposizione una società di Chiasso «che provvedeva al pagamento in contanti del metallo, che poi avrebbe rivenduto in forma ufficiale a grandi fonderie dotate del Good delivery». In Svizzera, però, nessuno ha mai cercato di saperne di più. Già nel marzo 2013, prima ancora dell’invio della commissione rogatoria italiana, il Ministero pubblico del Canton Ticino aveva emesso un decreto d’abbandono nel fascicolo che aveva aperto sul caso.

 

Anche il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) aveva lanciato un'inchiesta in seguito alle segnalazioni di alcune banche ticinesi. Tuttavia, nel febbraio 2014, solo tre mesi dopo l’apertura della procedura, la procuratrice federale Dounia Rezzonico ha abbandonato il caso. Il motivo: Petrit Kamata era già oggetto di un procedimento in Italia.

 

Eppure stiamo parlando di un traffico su larga scala: parliamo di oltre 4.000 kg di oro destinati principalmente al mercato svizzero, per un valore complessivo di 174 milioni di euro. Secondo le indagini italiane, parte del metallo prezioso è stato consegnato a una società piemontese le cui azioni sono detenute per il 10% dal figlio di Petrit Kamata e per il 90% da una certa Begyr Sa di Chiasso. Quest'ultima società, ora in liquidazione, aveva sede presso un'importante società fiduciaria del Mendrisiotto. Il cui amministratore delegato è stato per lungo tempo anche membro del consiglio di amministrazione di una delle tre grandi raffinerie della regione. Come dire che andare più a fondo con le indagini avrebbe potuto scoperchiare un vaso di Pandora.

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Giovedì 15 Settembre 2022

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