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La Svezia all’ora del disincanto

di

Gianfranco Helbling
Difficile definire Lars Noren. Il sessantenne poeta, romanziere, drammaturgo e regista teatrale svedese è oggi uno degli intellettuali più autorevoli del suo paese e sta ormai acquisendo una fama crescente anche fuori dalla Svezia. E già cominciano i paragoni. Il più scontato è quello con Ingmar Bergman, di cui Noren è stato più volte definito l’erede. Ma lui secco prende le distanze: «È una definizione superficiale. Sarebbe come dire che Bergman a sua volta deriva da Strindberg. No, siamo tutti completamente diversi». Per la sua estrazione sociale è pure stato accostato a Eugene O’Neill: «In comune abbiamo soltanto il fatto di essere cresciuti in una famiglia di quattro persone oppressa da storie di alcool e quindi di violenza», taglia corto Noren. Certamente è un intellettuale impegnato, certamente è di sinistra, certamente ama i paradossi. Per questo i suoi giudizi sono netti, le sue prese di posizione spesso spiazzanti. L’intervista che segue prende spunto dallo spettacolo “Kyla”, da lui scritto e diretto, recentemente proposto anche in diverse città italiane. Finora si conosceva Lars Noren come autore che indagava le relazioni personali, famigliari, intime. Ora, ad esempio con “Kyla”, la sua attenzione s’è spostata più sui conflitti sociali. Come mai questa evoluzione? In realtà ho sempre affrontato entrambe le tematiche, anche se forse l’indagine sociale era più sotterranea, underground. Inoltre in Italia, per una ragione che mi sfugge, si è posto l’accento quasi esclusivamente sui miei drammi famigliari. Non c’è stato quindi un momento in cui ho cessato di essere un intimista per diventare un indagatore sociale. Anzi, forse si può dire che i ragazzi di “Kyla” siano in qualche modo i figli delle famiglie che avevo descritto nei miei lavori precedenti. “Kyla” parla della violenza di gruppo di stampo neonazista. La cosa un po’ può sorprendere: si è infatti abituati a pensare alla Svezia come ad uno Stato quasi idilliaco nelle sue relazioni sociali. La Svezia è stata un idillio, certamente, ma molto tempo fa. Oggi abbiamo gli stessi problemi di tutti gli altri Paesi europei. Forse da noi sono solo un po’ meno evidenti perché abbiamo avuto un regime di governo socialdemocratico che ha saputo mantenere certi equilibri. Oggi però ne emergono le contraddizioni. Abbiamo concentrato lo sviluppo economico e sociale in tre grandi città, Stoccolma, Göteborg e Malmö. Negli altri centri e nelle campagne invece c’è molta disoccupazione: in questi contesti, soprattutto se si è giovani, è facile pensare di essere inutili. Insomma, cresce fortemente il disagio sociale soprattutto in quelle aree del paese che sono state dimenticate dallo sviluppo economico. E come si manifesta questo disagio? A partire dagli anni ’80 si registra un forte incremento di omicidi di persone non perfettamente integrate nel tessuto sociale, come immigrati e omosessuali. In gruppi di persone che si ritengono sfavorite cresce la necessità di raggrupparsi in branco per difendersi da qualche nemico esterno. Questo porta a sviluppare una certa aggressività, il nazismo cresce sempre più. Come mai? Una risposta forse l’ho trovata scrivendo “Kyla”: dei quattro ragazzi del dramma, tre non sono ben voluti dalle rispettive famiglie, per ragioni diverse. Soltanto il quarto, un ragazzo di origine coreana che è stato adottato, è stato davvero desiderato ed è quindi amato. La grande differenza è che due persone si sono mosse per andare dall’altra parte del mondo a cercare questo bambino per dargli affetto e amore. La violenza è inscindibile dall’amore. “Kyla” non è un lavoro psicologico, ma un’indagine sulle dinamiche di gruppo. Non voglio spiegare perché i tre ragazzi siano arrivati ad uccidere: molti al mondo hanno avuto un’infanzia difficile senza per questo arrivare ad uccidere. Perché un omicidio come questo succeda è però necessario che tre ragazzi come i protagonisti si trovino assieme, ognuno con un suo problema. Ci vuole un capo, ci vuole chi ne esegue gli ordini perché lo ammira e una terza persona che non c’entra niente ma che alla fine approva. Tre persone così caratterizzate costituiscono un concentrato, una cellula fondamentale di nazismo e fascismo. In “Kyla” parlando di nazismo in Svezia lei fa un riferimento diretto a Silvio Berlusconi. Come mai? In Svezia c’erano state forte reazioni quando in Austria la Övp di Jörg Haider entrò in governo, mentre attorno all’ascesa di Berlusconi c’è stata la totale indifferenza. Se consideriamo anche Le Pen notiamo che in Europa sta prendendo piede una forma piuttosto sofisticata di fascismo. Il problema è capire come sia potuto accadere. Sono più pericolosi i piccoli gruppi neonazisti o questo nuovo fascismo politico? Se la gente sceglie Berlusconi, Le Pen o Haider forse è perché non ha più speranza, cioè perché la sinistra non ha più nulla da offrire. Se la sinistra ha una colpa è di aver deluso la gente. È stata colpa nostra: dopo la fine della guerra avevamo una grossa opportunità, ma non abbiamo saputo concretizzarla. La sinistra ha scelto soluzioni facili che si sono rivelate pericolose perché viviamo in una realtà troppo complessa. Lei è un socialista deluso? Sì. Per numerosi motivi. Ad esempio la scuola: in 70 anni di socialdemocrazia non c’è stato nessun passo avanti nell’insegnamento svedese. E malgrado 70 anni di socialdemocrazia rimane ancora una grossa disparità fra donne e uomini ad esempio nei salari. C’è poi una grossa crisi degli alloggi: tutte le nuove costruzioni sono troppo care per la gente comune. Si è anche cercato di limitare i privilegi della casa reale svedese, ma senza alcun successo. Un sistema sociale che trascura i bambini e gli anziani è votato al fallimento. È quanto sta accadendo in Svezia, che pure è uno dei Paesi più ricchi del mondo. Dagli anni ’30 in Svezia si è sempre trovato il modo di arrangiare i conflitti sociali fra sindacati, padroni e governo con il compromesso. Non so se tenere le cose nascoste in questo modo sia un bene. Mi pare piuttosto una forma di repressione silenziosa. E questo è pericoloso: trovo molto più salutari i conflitti aperti come in Italia, in Francia… Qual è il suo metodo di lavoro con gli attori? Quando scrivo un lavoro e lo metto in scena dimentico di essere un autore o un regista. Lavoro in gruppo alla pari con gli attori, tutti assieme siamo lì per creare qualcosa. La regia è un lavoro di conversazione con gli attori: si dà e si riceve in continuazione. Cerchiamo di creare un’atmosfera nella quale anche i tecnici, gli elettricisti e tutti gli altri collaboratori facciano parte di questo insieme. Potendo preferisco lavorare con attori poco noti perché c’è un potenziale maggiore, non sono viziati da anni di recitazione. Per questo mi piace anche mischiare attori professionisti e dilettanti. “Kyla” è nato come un testo molto spoglio, povero di parole. Man mano che con questo metodo il lavoro è andato avanti si sono aggiunte parole, frasi, situazioni. A volte un po’ mi dispiace, perché mi sarebbe piaciuto che il testo mantenesse l’asciuttezza e il rigore che aveva inizialmente. Lei nel ’99 ha lavorato per un anno ad un progetto teatrale in carcere. Che cosa ha imparato da quell’esperienza? Ho imparato molto soprattutto sull’odio e sulla violenza. La prigione è un luogo drammatico estremamente forte. D’altro lato ho capito quanto influsso possa avere il teatro sui carcerati: mi dicevano che grazie al lavoro teatrale la loro vita era completamente cambiata. Questo significa che tutti abbiamo un grande bisogno di esprimerci e di creare. Facendo teatro si entra davvero nell’intimo delle persone con cui si sta lavorando: si capiscono i loro desideri, le loro angosce, la loro psicologia. È incredibile quanto sappiano dare sul piano intellettuale delle persone come i carcerati con cui ho lavorato e che non hanno avuto nessuna formazione. In carcere ho lavorato come con gli altri attori. Ho preteso un risultato. Quando i detenuti hanno capito che dare qualcosa era un loro dovere, hanno reagito molto bene. Ogni loro movimento era assolutamente vero, autentico. Se un attore guarda, il suo è lo sguardo di un attore che guarda. Lo sguardo di una persona che è in carcere è invece assolutamente il vero sguardo dell’essere umano. “Kyla” significa freddo. Il freddo nel titolo dell’ultimo spettacolo di Lars Noren si riferisce al gelo sociale che ormai pervade ampi strati della popolazione svedese. Si tratta di un lavoro inserito nella trilogia “Morire di classe” nella quale Noren affronta di petto la crisi del modello sociale svedese. Il tema di “Kyla” è la violenza di gruppo di stampo neonazista. Protagonisti sono quattro giovani in una notte d’estate. Tre ragazzi vagano frustrati e sempre più ubriachi. In loro si imbatte un giovane di origini coreane. Ed è l’inizio di una serie di angherie, poi di affronti, infine di violenze che porteranno alla morte del giovane immigrato. “Kyla” è raggelante anche per gli spettatori. Impostato stilisticamente su un realismo senza compromessi, lo spettacolo inibisce ogni fuga dalla realtà: questa è la Svezia contemporanea, questo è l’occidente di oggi, inutile cercare consolazione altrove. Bravi i quattro, giovanissimi protagonisti, che hanno fatto crescere lo spettacolo assieme a Noren in un lungo percorso laboratoriale.

Pubblicato

Venerdì 19 Marzo 2004

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