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La cultura? Non ci serve

di

Gianfranco Helbling
Lui si definisce insegnante e scrittore a tempo perso. Uno "scrivere a tempo perso" proficuo: Fabio Pusterla ha appena ricevuto il Premio Gottfried Keller in quanto «è uno dei più importanti poeti di lingua italiana al mondo». Alla soglia dei 50 anni Pusterla va così a tenere compagnia fra gli altri a Hermann Hesse, Golo Mann, Philippe Jaccottet, Giovanni Orelli e Peter Bichsel. Ma Pusterla è anche molto attento e partecipe dell'attualità politica. Lo abbiamo sollecitato a tre settimane dal rinnovo dei poteri cantonali.

Con quale interesse Fabio Pusterla segue la campagna elettorale?
La seguo come sempre con un certo interesse, tanto più che questa volta potrebbe preludere al cambiamento di qualche equilibrio. Ma finora sul piatto della discussione non sono stati messi grandi argomenti o interventi di notevole apertura. È una campagna elettorale all'insegna del veleno e poco più. Non ho sentito grandi discorsi progettuali o di cultura politica, al di là di qualche condivisibile ma generico riferimento al ritorno di un'etica politica.
L'etica è al centro della campagna elettorale. Non è preoccupante che per fare politica in Ticino dobbiamo tornare ai fondamenti etici dell'azione politica?
Si ha l'impressione che non solo una parte non piccola della classe politica negli ultimi anni ha completamente tracimato dal serbatoio dell'etica, ma che questo discorso, che dovrebbe essere basilare, venga invece recepito con un certo fastidio da questa classe politica, come se mettesse della sabbia in ingranaggi che dovrebbero girare secondo tutt'altri meccanismi.
Marina Masoni, dal suo punto di vista forse non a torto, lamenta che il discorso dell'etica sia fatto a senso unico. Il problema non è però anche la fragilità dell'attuale dibattito etico?
È una riflessione che vale non solo per il Ticino. Qui mi si intervista quale intellettuale, ma siamo in campagna elettorale. Nel corso del quadriennio il rapporto fra politica e cultura, e quindi anche fra un certo tipo di politica pericolosamente deviante e un certo tipo di ragione etico-culturale che potrebbe anche venire dal mondo della cultura, non è stato particolarmente intenso. Anzi, s'è verificato piuttosto il contrario. Faccio tre esempi. Uno è il caso Hirschhorn: esso ha messo bene in evidenza un uso politico in malafede della cultura. La decisione di tarpare le ali a Pro Helvetia è stata una forma di censura politica fatta a Berna anche con l'appoggio di uomini politici ticinesi. E dal mondo della politica non si è levato un coro a difesa della libertà della cultura. Gli altri due esempi sono cantonali. Uno è la giornata di studio organizzata da diverse associazioni (Movimento per la scuola, Archivio storico, ecc…) sull'università oggi, l'altro è il dibattito sulla questione dell'italiano in Svizzera: in entrambi i casi la presenza del mondo politico è stata minima. Il quadro è inquietante: lo scollamento fra politica e cultura in Ticino, non solo per quanto concerne la destra ma direi quasi a 360 gradi, è un problema reale su cui si dovrebbe riflettere non solo nell'imminenza delle elezioni, se davvero si vuole ricucire il discorso etico-politico.
Lei sembra dare la colpa ai politici: ma anche gli intellettuali sono sempre più latitanti. Quando il parlamento ha votato la nuova legge sul cinema o i crediti per il Festival di Locarno nessuno degli addetti ai lavori s'è fatto sentire.
È vero, ci sono anche responsabilità del mondo della cultura, benché i peccati di disattenzione dei politici mi sembrano più gravi. Gli esempi citati riguardano una parte del mondo della cultura, il cinema, che è più vicino di altre agli interessi del mondo economico e che quindi a maggior ragione dovrebbe assumersi delle responsabilità. Io faccio parte di un'altra famiglia culturale che non ha nessuna visibilità economica, eppure mi pare che si esprima: da questo settore più in ombra sono usciti più interventi che però non sono stati presi molto sul serio. Ecco, è questo che più m'impressiona: che io posso scrivere un articolo anche molto duro sui giornali, ma la sensazione è che l'effetto di questo articolo sia men che nullo.
È la dittatura dell'indifferenza?
Forse, o forse per suscitare qualche reazione magari irosa si deve avere una posizione acquisita e riconoscibile. E io non l'ho. Non faccio parte di un partito, non faccio politica in maniera visibile: posso dire quello che voglio, ma la cosa non ha nessuna importanza. Non è una bella sensazione.

"La scuola sta molto male"

Sono 12 anni che il governo ticinese s'è spostato a destra: Fabio Pusterla, qual è lo stato di salute della cultura ticinese al termine di queste tre legislature?
È una risposta che non si può dare per l'insieme delle attività culturali ticinesi. Si può invece ragionare su quella produzione culturale che ha un rapporto stretto con lo Stato, cioè la scuola da un lato e il livello generale del dibattito politico dall'altro. Per quel che riguarda il dibattito politico in questi 12 anni c'è stato un chiaro scadimento e un'evidente chiusura degli orizzonti. Lo scadimento deriva in parte dal Mattino della domenica, che ha scoperchiato un grande calderone producendo effetti devastanti che, come cerchi nell'acqua, si sono riverberati su tutto ciò che c'era attorno. Basti pensare al livello linguistico e semantico del dibattito politico. Poi ci sono stati gli effetti di una certa visione di destra che non ha proposto un discorso politico-economico di grande respiro. La destra nostrana ha riproposto con qualche decennio di ritardo ricette che già si conoscevano, inventate altrove e riutilizzate con condimenti locali. La maggior parte dei temi sono stati discussi in questi anni con impressionante ristrettezza di orizzonti. Tant'è vero che quelle poche volte in cui si è ascoltato un politico in grado di aprire le finestre su un panorama diverso, sembrava di respirare. Questi effetti li ha prodotti la sterzata imposta da una destra estrema e chiusa su sé stessa.
Difficilmente però l'opposizione a questa destra è stata in grado di proporre altro se non una necessaria difesa di quanto era stato costruito in precedenza.
Sì, la chiusura degli orizzonti ha prodotto effetti tristi anche sul discorso dell'opposizione, sempre sulla difensiva. In questo non c'è un grande avvenire. È mancata la possibilità di ricostruire dei discorsi ideali. Ma è vero che ad esempio nella scuola quasi sempre si è dovuto rincorrere l'ultima puntata di un attacco economico e politico che tarpava le ali ad ogni tipo di discorso.
Come sta oggi la scuola?
Molto male. Sono molto preoccupato. Ci sono due urgenze. La prima riguarda la scuola media, che è in grave affanno e ha bisogno di una ricarica di motivi ideali e di energie finanziarie. Il grande discorso alla base della scuola media, quello dell'integrazione, delle pari opportunità, non si può più pensare di farlo a costo zero come è avvenuto negli ultimi 12 anni. La ricarica ideale è poi necessaria perché nell'impossibilità di far girare la scuola media come dovrebbe chi ci lavora ha dovuto tentare di tappare i buchi, di evitare il disastro, e questo è logorante. L'altra urgenza è il ricambio del corpo insegnanti. In pochi anni si sta rivoltando il personale insegnante come un guanto senza che un simile ricambio sia stato preparato. Non solo: i giovani insegnanti sono quelli che oggi stanno peggio, prima di tutto da un punto di vista finanziario e delle condizioni di lavoro. In alcune discipline oggi un giovane con delle alternative non è affatto detto che scelga la scuola. Questo è molto pericoloso, perché potrebbe voler dire trasformare il corpo insegnante in un grigio ceto impiegatizio di ripiego. È un rischio che andrebbe affrontato con concretezza: parlando con chi nella scuola lavora e con un minimo di apertura finanziaria. Ma non credo che lo si farà.
La creazione di un Istituto di studi italiani all'Università della Svizzera italiana è una bella notizia?
Non ci sono ancora molti elementi per ragionarci su, ma certo, assieme a motivi di contentezza, qualche cautela è lecita. Intanto la ristrettezza dei finanziamenti nella scuola non vale per tutti i settori scolastici. Proprio nell'ultimo decennio nell'università si è investito a piene mani, mentre c'erano urgenze più gravi che avrebbero potuto richiedere analogo investimento. Seconda cautela: togliamo dal tavolo l'ipotesi che così si sopperisca alla chiusura delle altre cattedre nel resto della Svizzera. Infine leggevo, a proposito del coinvolgimento di studiosi locali, che non si fanno nomi perché le trattative non sarebbero ancora concluse: mi pare un segnale poco allegro che anche in questo caso l'Usi costruisce i suoi progetti in maniera poco trasparente. Più che di trattative avrei preferito si parlasse di concorsi pubblici. Su quanto accade all'Usi non è possibile esercitare una qualche forma di intervento, di controllo, di discussione. In tutti questi anni le occasioni di discussione sono state poche e sopportate con fastidio dall'autorità, come se non fosse ancora possibile discuterne serenamente. Lo trovo inquietante, non posso essere contento di un progetto di cui non si può discutere seriamente.   

Pubblicato

Venerdì 9 Marzo 2007

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