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La cupola della morte

di

Gianfranco Helbling
Non per vendetta, ma per giustizia. Non per punire, ma per sapere. Il 6 aprile inizia a Torino l'udienza preliminare del processo a carico di Stephan Schmidheiny, il barone svizzero dell'amianto convertitosi alla filantropia. Il pubblico ministero Raffaele Guariniello lo vuole processare in quanto ritiene Schmidheiny e il suo collega Jean Louis Ghislain de Cartier direttamente responsabili della morte di migliaia di persone. Essi avrebbero continuato a far lavorare l'amianto negli stabilimenti italiani di Eternit senza le necessarie misure di sicurezza benché fossero coscienti del pericolo mortale rappresentato da quel minerale. Anche grazie a Eternit, oggi Schmidheiny è uno dei 25 svizzeri più ricchi. Una stima dice che il suo patrimonio è di 4 miliardi di franchi. Un'altra stima, quella di Guariniello, dice che finora le vittime degli stabilimenti Eternit in Italia sono state 3 mila.
Se il Giudice per le udienze preliminari accoglierà la richiesta di rinvio a giudizio, dal processo di Torino potrebbero emergere alcune, importanti verità sull'uso industriale dell'amianto. Chi sapeva della sua pericolosità? Da quando? E perché si è andati avanti, in Italia come in Svizzera e nel resto del mondo, a lavorarlo come se niente fosse? Finora a queste domande si è risposto con ipotesi. Ora che un pubblico ministero tenace e ostinato è arrivato ai vertici della cupola della morte, l'omertà che questa cupola custodisce dovrebbe infine dissolversi.
L'inchiesta di Guariniello però non è rivolta solo al passato, né soltanto a risarcire le vittime italiane. Ancora oggi infatti il Canada estrae enormi quantità di amianto. Che manda a lavorare in stabilimenti industriali  in Africa o in Asia. In Occidente non si usa più appestare i polmoni di migliaia di lavoratori per farli morire di una morte atroce. Non è bello, che poi si organizzano in associazioni di vittime, chiedono risarcimenti e si fanno pure vedere in tv rovinandoci la serata. Un'ancora di salvezza per migliaia di ignari lavoratori asiatici e africani potrebbe allora venire proprio dalle verità che il processo di Torino si spera faccia emergere.
E chissà che questo processo non apra finalmente gli occhi anche a qualche impresario ticinese che ancora fa finta di non sapere cosa sia l'amianto e quanti rischi esso comporti. L'ennesimo caso lo si è avuto la scorsa settimana a Chiasso (cfr. pag. 11). Esso dimostra purtroppo che c'è ancora chi crede di poter fare soldi sul cattivo lavoro.

Pubblicato

Venerdì 27 Marzo 2009

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