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L'editoriale

La lezione del popolo non resti inascoltata

di

Claudio Carrer

Con la storica accettazione dell’iniziativa sulle cure infermieristiche con cui per la prima volta si conferisce una garanzia costituzionale alle condizioni di lavoro di una categoria professionale e con la chiara approvazione, come primo paese al mondo, del contestatissimo Certificato Covid, la Svizzera ha scritto domenica scorsa una bella pagina di democrazia. Le cittadine e i cittadini hanno dato prova di responsabilità, maturità, lungimiranza ed equilibrio. E ora si aspettano lo stesso dalle autorità chiamate a tradurre in pratica la valorizzazione del personale sanitario da una parte e a decidere misure di lotta alla pandemia rispettose anzitutto del diritto alla salute delle persone dall’altra. Due questioni in sé distinte ma che le circostanze del momento tengono spesso insieme.

Il 61 per cento di sì e la quasi unanimità dei Cantoni (solo nel semi-Cantone di Appenzello interno sono prevalsi i contrari), dimostrano come la popolazione svizzera tenga alla qualità delle cure e come abbia compreso, a differenza di quanto fatto dai Governi e dai Parlamenti negli scorsi anni, lo stretto legame con le condizioni di lavoro del personale sanitario. Una permanente e diffusa carenza di personale, ritmi di lavoro che producono un eccesso di stress e malattie, abbandono prematuro della professione da parte del 40 per cento dei curanti e migliaia di posti vacanti: è questa la situazione che le organizzazioni del personale e i sindacati denunciano da tempo, ma senza mai aver ottenuto ascolto, né dal Consiglio federale né dal Parlamento, che anzi hanno tentato di liquidare l’iniziativa “per cure infermieristiche forti” contrapponendole (sotto forma di controprogetto indiretto) un vago impegno in favore di un’offensiva sulla formazione che nulla avrebbe risolto. Ma la popolazione ha capito la posta in gioco e con la votazione di domenica scorsa ha chiaramente indicato la via: quella di un cambiamento radicale.


Ora bisognerà vigilare affinché il voto dei cittadini non venga tradito. Governo e Parlamento, che hanno 18 mesi di tempo a disposizione, devono agire immediatamente sia per incentivare la formazione sia per migliorare le condizioni di lavoro del personale sanitario. Si dovranno fissare il più presto possibile standard minimi per quanto riguarda i salari, l’orario lavorativo, i piani di lavoro, il numero minimo di infermieri che devono essere presenti in ciascun reparto e tutta una serie di altre misure da discutere con le organizzazioni professionali. E bisognerà obbligare i Cantoni a sottoscrivere contratti collettivi di lavoro per il personale attivo nei vari ambiti della sanità.


Si tratta indubbiamente di un esercizio nuovo ed estraneo alla cultura politica di questo paese, tradizionalmente allergico alla regolamentazione del lavoro. E non mancheranno le resistenze e i tentativi di sabotare la messa in pratica dell’iniziativa. Il presidente del Plr ha già messo le mani in avanti: sono questioni «che imporranno un ampio dibattito e purtroppo questo necessiterà di tempo». Ma il mandato del popolo è chiaro: investire nella sanità per migliorare e garantire a lungo termine la qualità delle cure in Svizzera. E di tempo non ce n’è molto perché la situazione, critica da anni, si è ulteriormente aggravata con la pandemia e per i prossimi mesi non si può purtroppo prevedere un allentamento della pressione sulle strutture sanitarie e sul personale che vi opera.

Pericoloso attendismo
Anche perché, come quasi sempre successo negli ultimi due anni, il governo svizzero attende sempre troppo prima di
reagire all’impennata di infezioni, di ospedalizzazioni e di morti come quella (l’ennesima) cui stiamo assistendo. Il Consiglio federale dopo aver latitato per settimane, complice l’incertezza legata alla votazione sulla legge Covid approvata domenica con quasi il 70 per cento di sì, l’altro giorno ha sì annunciato una stretta, ma che appare del tutto insufficiente.

 

Nessuna delle misure proposte si avvicina anche solo lontanamente a quelle in vigore o in discussione nei paesi vicini, con situazioni molto simili alla nostra. La Svizzera sta rapidamente diventando la “nuova Austria”: con ormai quasi 10.000 nuove infezioni al giorno si sta avvicinando al record del novembre 2020 (10.517); i ricoveri e il tasso d’occupazione dei letti nei reparti di terapia intensiva stanno aumentando rapidamente e, se la situazione continuerà a evolvere con la velocità delle ultime settimane, non si potrà escludere un sovraccarico degli ospedali in tutto il paese. E la situazione, a causa della nuova variante Omicron, potrebbe inasprirsi ulteriormente, scrive il Consiglio federale. Ma la sua reazione resta timida e il rischio di un’esplosione dei casi nelle prossime settimane e di un altro Natale di dolorose chiusure e limitazioni si fa sempre più concreto.

Pubblicato

Giovedì 2 Dicembre 2021

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