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Esteri

La politica estera di Luganistan

Le rivolte in Kazakistan contro il regime dispotico e corrotto sollevano interrogativi sui rapporti istituzionali con la città di Lugano e il Ticino

di

Federico Franchini e Francesco Bonsaver

Ingraziarsi un dittatore pur di fare affari. Deve esser la logica che ha spinto il governo cantonale e il municipio luganese ad avventurarsi in operazioni di politica estera, tessendo relazioni sempre intense col clan al potere in Kazakistan. Relazioni che iniziarono con l'arrivo nel Cantone e il rilascio del permesso alla figlia dell’ex presidente Nazarbaev grazie a una società di facciata.


«Nell’ottica di introdurre la nostra Città in modo ottimale alle opportunità che il Kazakistan rappresenta, il Sindaco ha accettato l’invito». L’esecutivo luganese risponde così all’invito quale ospite d’onore alla festa organizzata dall’ambasciata svizzera nella capitale Astana nel 2015. Le opportunità a cui si fa riferimento, sono i possibili affari dati dalle infinite risorse naturali di cui dispone il paese, in primis petrolio, gas e uranio.
A promuovere questi accordi istituzionali è la Lugano Commodity Trading Association (Lcta), l’associazione mantello delle ditte attive nelle materie prime con sede a Lugano.


Il segretario generale è il granconsigliere Marco Passalia (Ppd), nonché vicedirettore della Camera di commercio ticinese. Della Lcta fa parte la KazMunayTrading, che dal 2013 ha la sede a Lugano. È una filiale della società petrolifera statale controllata direttamente dal governo kazako, per conto del quale fa trading sui mercati internazionali del petrolio del paese centro-asiatico.


Di petrolio, il Kazakistan straborda. Si stima che nel suo territorio vi sia circa il 3% di tutte le riserve mondiali. Grazie a quel petrolio, in trent’anni di potere assoluto in Kazakistan, Nursultan Nazarbaev e famiglia hanno accumulato un patrimonio stimato da Forbes in 3,1 miliardi di dollari. Una risorsa naturale di cui la popolazione ha beneficiato ben poco, vivendo ancora oggi in condizioni economiche miserevoli. Riassumendo, se vuoi fare affari nel promettente eldorado kazako, intrattenere delle relazioni istituzionali con il potere kazako è indispensabile.


L’economia comanda e la politica esegue. Si spiega così l’attivismo in politica estera della Città di Lugano. Nel 2014, il sindaco Marco Borradori accoglie per la prima volta degli ospiti kazaki, per poi recarsi lui stesso l’anno successivo alla festa ad Astana citata in entrata. Nel 2015 tocca a Lugano contraccambiare la cortesia, organizzando una rassegna audiovisiva sul paese centro-asiatico in collaborazione con Film Studio Nazionale del Kazakistan e siglando l’anno successivo un memorandum di collaborazione con la città di Almaty, capitale economica del paese.


Alle richieste del mondo economico, non resta insensibile nemmeno il Cantone. Nel 2017 tocca a Christian Vitta recarsi ad Astana, dove firmerà a nome del governo ticinese un Memorandum di collaborazione in svariati ambiti con le autorità della regione di Almaty.

 

Dopo gli scontri d’inizio anno in Kazakistan, con la popolazione scesa in strada a protestare contro l’aumento dei prezzi di gas e petrolio, il cui saldo finale ufficiale è stato di 225 morti e seimila arresti, il Memorandum cantonale è stato oggetto di un’interpellanza dei granconsiglieri del Movimento per il socialismo (Mps). Al Consiglio di Stato è stato chiesto quali benefici abbia portato al Ticino quell’accordo e se non ritenga sia il caso oggi, alla luce dei gravi fatti successi in Kazakistan, di disdirlo.


D’altronde, che una rivolta contro il potere dispotico e corrotto kazako potesse accadere, era facilmente prevedibile. Solo tre anni prima che le autorità cittadine di Lugano si avventurassero in politica estera, il governo kazako aveva duramente represso delle rivolte. Nel 2011 a Zhanaozen, città dell’ovest kazako, le forze speciali spararono sugli operai petroliferi “colpevoli” di chiedere aumenti salariali (all’epoca insufficienti al mantenimento delle proprie famiglie), delle migliori condizioni di lavoro e la garanzia di libertà sindacale. Ufficialmente i morti furono diciassette, ma stando a inchieste giornalistiche indipendenti le vittime furono molte di più.


Oggi come allora, la crescente diseguaglianza economica e la rabbia nei confronti di un regime autoritario e clientelare, hanno avuto un innegabile ruolo nelle proteste popolari del 2 gennaio dopo l’innalzamento delle tariffe di gas e petrolio. Non a caso, i primi focolai della protesta di quest’anno sono stati ancora una volta gli operai petroliferi e i minatori delle cave di carbone proclamando gli scioperi contro l’aumento delle bollette. Cosa sia successo dopo nella rivolta, se un regolamento di conti interno al potere o l’intervento di “terroristi stranieri” come sostenuto dal governo, è prematuro stabilirlo con certezza.


Dal punto di vista ticinese, la sola certezza è che vista la nomea di cui godeva il paese (dove tortura e pesanti restrizioni alle libertà di espressione e riunione sono pratica corrente stando ai report di Amnesty International), una maggiore prudenza nel tessere relazioni tanto amichevoli con il clan kazako al potere sarebbe stata d’obbligo. O poteva lasciarlo fare alla Confederazione, che nei fatti la politica estera è di sua competenza.


Infatti la Svizzera ha stretto altrettanti rapporti amichevoli con il regime kazako dei Nazarbaev, essenzialmente per motivi economici. Il primo a fare da apripista a colloqui diretti fu il consigliere federale Johann  Schneider-Ammann a capo del Dipartimento dell’economia nella primavera del 2013. Ad accompagnarlo, una delegazione di rappresentanti del mondo economico svizzero, tra i quali spiccava Peter Spuhler, allora consigliere nazionale Udc e proprietario della società ferroviaria Stadler Rail. Pochi mesi dopo fu il turno di Filippo Lombardi, in veste di presidente del Consiglio degli Stati recarsi nel Kazakistan per incontri istituzionali.

 

Sette anni dopo, il successore al potere imposto da Nazarbaev, il neopresidente Kassym-Jomart Tokayev arriva a Ginevra per incontrare gli investitori elvetici in Kazakistan. Al suo tavolo siedono Hans-Christian Schneider, il figlio dell’ex consigliere federale, diventato Ceo dell’impresa familiare Ammann quando il padre entrò nel governo federale, Peter Spuhler che riesce a strappare un accordo commerciale tra Stadler Rail e le ferrovie kazake valutato a cento milioni di franchi. Stando al giornale Woz, al tavolo economico col presidente kazako si trova anche Filippo Lombardi. Quest’ultimo infatti sta investendo nel paese asiatico nell’allevamento di cinquantamila maiali geneticamente modificati destinati alla produzione di carne tramite la società Ks Genetics con sede a Lugano. In municipio a Lugano, il regime kazako può continuare a contare su un amico fidato. Schneider-Amman, Spuhler e Lombardi, riassumono il costo della politica di militanza tipicamente elvetico.
    
Permessi e investimenti sospetti


Il clan dell’ex presidente Nazarbaev ha una relazione molto stretta con la città in riva al Ceresio: qui ha vissuto la figlia grazie a una società di facciata.

 

La rapidità con la quale sono scoppiate le proteste in Kazakistan hanno portato gli oligarchi a fuggire in fretta e furia all’estero. Come riportato da Intelligence Online non meno di 17 jet privati sono decollati dal territorio kazako il 5 gennaio, la maggior parte «diretti negli Emirati e in Europa, soprattutto in Svizzera, la casa abituale dei magnati della steppa». A Ginevra abita Dinara Kulibayeva, figlia dell’ex presidente Nursultan Nazarbaev e moglie di Timur Kulibayev, uno degli uomini d’affari più ricchi e potenti del Paese. Un personaggio controverso, già finito sotto inchiesta per riciclaggio in Svizzera. Inchiesta poi abbandonata perché il Kazakistan non ha collaborato con gli inquirenti federali.


Dinara Kulibayeva è entrata in Svizzera dal Ticino, dove ha ottenuto il suo permesso di soggiorno grazie a una società costituita ad hoc e alla compiacenza delle autorità cantonali. Cosa è successo? Nel 2007 viene costituita la Viled International SA, che s’insedia a Paradiso. Due rappresentanti della società, gli avvocati Stefano Camponovo ed Edy Grignola, scrivono al Cantone chiedendo un permesso di soggiorno temporaneo per Dinara Kulibayeva. Nella lettera – della quale area possiede una copia – si dice che la donna sarà la direttrice di questa società che vuole sviluppare in Ticino una propria linea di gioielli. Gli avvocati specificano che Viled potrà dare “un importante e notevole contributo all’economia e all’immagine del nostro cantone”. In realtà non sarà così. Kulibayeva ottiene il permesso e s’installa in una villa a Porza. Poco dopo, però, parte per Ginevra dove acquista una villa per 75 milioni. Viled viene messa in liquidazione, poi cancellata.


La società aveva sede presso la Mabetex, il gruppo di Behgjet Pacolli, il cui ruolo nell’arrivo in Ticino del clan kazako è determinante. L’imprenditore svizzero kosovaro è presente da tempo in Kazakistan dove ha realizzato decine di opere pubbliche.


Quella tra Nazarbaev e Pacolli è una relazione strettissima che si concretizzerà anche in Ticino. I kazaki hanno le tasche gonfie di milioni che vogliono investire e il settore immobiliare elvetico, noto per la sua opacità, è molto attrattivo per chi si è arricchito grazie a un regime tra i più corrotti del mondo. Nel 2010, la Rts rivela che Timur Kulibayev ha messo le mani sulla Romantica di Melide. La transizione avviene tramite uno schema che vede protagonisti lo stesso Pacolli, alcuni prestanome e società offshore. Tra le quali quella che ancora oggi è la proprietaria del terreno: la Stott Limited, basata alle Isole Vergini. Pacolli ha poi affermato essere l’unico proprietario della Stott e che Kulibayev non c’entra nulla. Fatto è che l’affare è talmente opaco che è diventato un caso di scuola: un rapporto della fedpol lo presenta come esempio dei rischi di riciclaggio del settore immobiliare.


Un’altra società offshore riconducibile all’abituale prestanome di Kulibayev – la Darley Investment Services – è invece dietro a una transazione su una villa a Porza. La stessa dove ha vissuto la Kulibayeva. Anche qui entra in gioco Pacolli: nel 2006 la sua Mabco ha ricevuto in prestito 5,65 milioni di franchi dalla Darley in cambio delle cinque cartelle ipotecarie al portatore gravanti sull’immobile. La villa è nel frattempo stata venduta.


In questi ultimi anni, altri kazaki hanno deciso di puntare sull’immobiliare ticinese. È il caso di Timur Azimov che, tramite l’Ice Sport International Academy di Lugano, vuole investire 40 milioni per un’accademia per sportivi d’élite all’ex sanatorio di Piotta. Il progetto – che dispone già della licenza edilizia – ha subito rallentamenti, ma di recente è stato confermato. Arrivato a Lugano come direttore della TH KazMunayGas – società oggi liquidata che apparteneva alla compagnia petrolifera nazionale – Azimov sembra anch’egli aver partecipato alle operazioni opache del clan Nazarbaev in Ticino. Diverse email in nostro possesso mostrano che era a lui che ci si rivolgeva per saldare le spese personali di Dinara Kulibayeva. Come quelle generate dalla creazione di Viled. La società che avrebbe dovuto contribuire all’immagine del nostro Cantone. Cosa che ha fatto: macchiandola ancor di più.

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Lunedì 24 Gennaio 2022
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