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"Ma è antisemitismo"

di

Gianfranco Helbling
In Ticino tutti o quasi hanno accolto con acritica soddisfazione l’annuncio della procuratrice pubblica Rosa Item secondo cui gli incendi alla sinagoga e al negozio Al buon mercato di Lugano del 14 marzo non sarebbero degli atti di antisemitismo. Tutti tranne area (cfr. le edizioni del 18 marzo e dell’8 aprile). Nel resto della Svizzera invece questo annuncio ha destato sorpresa e sconcerto, in particolare nella comunità ebraica, come testimonia un articolo sulla Nzz am Sonntag di domenica scorsa. Qualcuno parla di «cinismo bell’e buono». Tanto che la Federazione delle comunità israelite in Svizzera dovrebbe scrivere (la decisione era attesa per ieri, giovedì, quando questo giornale era in stampa) alle autorità ticinesi per chiedere ufficialmente spiegazioni su questa per lo meno affrettata conclusione. Il perché della lettera alle autorità ticinesi lo spiega ad area lo stesso presidente della Federazione delle comunità israelite in Svizzera, Alfred Donath: «Credo sia importante reagire, far capire alle autorità che non è il caso di minimizzare e soprattutto chieder loro su cosa si basano per escludere la motivazione antisemita in questi incendi. Ricordo che il giorno dopo gli incendi sul “Blick” Dick Marty ha escluso che gli autori potessero essere dei ticinesi». Per Donath non si capisce su cosa si basi la magistratura per dire che l’antisemitismo non c’entra: «si può dire che non c’è un’organizzazione antisemita dietro agli incendi, ma la persona che li ha commessi è certamente motivata da un certo rancore contro gli ebrei». Sulla stessa linea è pure Samuel Althof, che per la Federazione delle comunità israelite in Svizzera registra gli atti di antisemitismo che si verificano in Svizzera: «Sul tema dell’antisemitismo si è ipersensibili: si ha paura di commettere errori, e in questa situazione molto carica emotivamente si commettono poi effettivamente degli errori. Credo che bisogna vedere le cose con più distacco. Se ad esempio un malato mentale violenta una donna si tratta comunque di un atto sessista, indipendentemente dallo stato di salute dell’autore. Così vanno pure visti gli incendi a Lugano. Nell’autore ci sarà stata una motivazione patologica, ma i suoi atti sono indubbiamente antisemiti». Sia Donath che Althof fanno notare infatti con quanta precisione siano stati scelti gli obiettivi da incendiare. Ma perché c’è questa voglia di escludere l’antisemitismo dai moventi che hanno portato agli incendi di Lugano? Donath rileva una certa paura ad ammetterne l’esistenza: «le autorità cercano di sminuire l’importanza dell’antisemitismo latente che c’è in Svizzera. Negli ultimi anni l’antisemitismo è certamente aumentato: a parte gli incendi di Lugano si assiste con una certa regolarità a scritte sui muri e nei cimiteri ebrei, a ingiurie per strada (in particolare nei confronti di giovani ebrei), a docenti che fanno osservazioni di stampo antisemita e, in Svizzera romanda, anche a qualche aggressione fisica. Credo comunque che le autorità vogliano lottare contro l’antisemitismo e che in questo siano dalla nostra parte». Althof è convinto che le autorità non intendano minimizzare quanto accaduto o negare di proposito l’esistenza dell’antisemitismo: «Mi immagino piuttosto che la procuratrice incaricata dell’inchiesta non abbia ben capito come stanno in realtà le cose: mi sembra si tratti di una svista e non di una difesa strutturale contro la presa di coscienza dell’esistenza dell’antisemitismo in Svizzera». Se oggi, come rileva Donath, la comunità ebraica svizzera non è allarmata, «ha preso comunque coscienza che siamo in una situazione in cui occorre reagire e che è meglio reagire presto piuttosto che troppo tardi, per cercare di contenere questi atti il più rapidamente possibile». Per questo occorre chiedere spiegazioni alle autorità ticinesi. Anche perché, aggiunge Althof, potrebbe andare persa la fiducia nelle autorità se dichiarazioni come quelle della procuratrice Item vengono mal interpretate da parte della comunità ebraica, e questo a causa della sua elevata sensibilità su questi temi: «gli ebrei che regolarmente hanno contatti con le autorità sanno che non c’è un tentativo strutturale di banalizzare l’antisemitismo, ma chi era scettico prima nei confronti delle autorità ora lo sarà probabilmente ancora di più». Da notare che anche da parte delle autorità si avanzano comunque dubbi sull’interpretazione degli incendi fornita da Item. Come dichiarato dal consigliere di Stato Luigi Pedrazzini alla Nzz am Sonntag, «non si può dire che non sia stato un atto antisemita». Stessa musica dall’Ufficio federale di polizia, competente in materia di estremismo violento: «è ancora da chiarire perché l’autore abbia scelto obbiettivi ebraici dall’alto valore simbolico», ha dichiarato allo stesso giornale il portavoce Guido Balmer. E l’interpretazione della procuratrice è definita dall’ufficiale della polizia ticinese Luca Bieri «legittima, ma non può essere confermata dai risultati dell’inchiesta».

Pubblicato

Venerdì 15 Aprile 2005

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