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Maggioritario e scorciatoie

di

Gianfranco Helbling
Scade a fine mese la consultazione voluta dal governo ticinese sull’ipotesi di passare da un sistema di elezione proporzionale ad uno maggioritario. Una consultazione fortissimamente voluta dalla destra (in particolare in seno al Plr) che però non ha suscitato una grande partecipazione, tanto che il governo s’è visto costretto a prolungarne i termini: a dimostrazione che ben altre sono le questioni che interessano i cittadini e i partiti. In realtà anche questo come molti altri dibattiti che nascono (o non nascono) in Ticino è figlio di una banale scimmiottatura di quanto discusso e poi deciso in Italia. Senza che si sia prestata attenzione né al contesto in cui gli italiani ne hanno parlato (era il dopo Tangentopoli con la fine della Prima repubblica), ma nemmeno (ed è ancora più grave) alle specificità del sistema istituzionale e della cultura politica svizzeri. Il dibattito è falsato in partenza perché di maggioritari ce n’è un’infinità. E chi vuole cambiare sistema se ne guarda bene dal dire cosa vuole: nemmeno il rapporto del gruppo di lavoro istituito dal governo, che propone due scenari di maggioritari assai spinti, ha contribuito a portare più chiarezza. In realtà se il maggioritario è quello della maggioranza dei cantoni svizzeri, esso è un proporzionale gestito dalle segreterie dei partiti: per i governi cantonali essi propongono al massimo tanti candidati quanti credono di poterne eleggere. Con un sistema simile non ci sarebbe mai stata la possibilità di scegliere fra Pellanda e Masoni in casa liberale, rispettivamente fra Pesenti, Marazzi, Carobbio, Noseda e Verda in casa socialista: e in entrambi i casi si trattava di scelte d’indirizzo politico, non solo di persone. La coesione e la produttività di un governo poi dipendono dall’intelligenza e dalla sensibilità di chi ne fa parte, non dal sistema elettorale. Gli esecutivi svizzeri, formati da ampie coalizioni (che possono comprendere sia l’Udc che i Verdi), non hanno particolari problemi a gestire gli affari correnti e ad essere progettuali. Più problematica è la situazione del governo italiano, eletto in un sistema bipolare, la quintessenza stessa del maggioritario: ci pensi chi lo vuole imitare. Ma soprattutto chi vuol passare ad un sistema maggioritario bipolare deve spiegare cosa intende fare dei diritti democratici: perché per l’opposizione avere a disposizione le armi dell’iniziativa e soprattutto del referendum è un invito a nozze. Anziché un sistema efficiente, si rischia di ritrovarsi con un sistema bloccato. Il gruppo di lavoro suggerisce che ai diritti popolari ci si può anche rinunciare: ma è poco probabile che il popolo sia d’accordo, né è chiaro se ciò sia compatibile con il sistema istituzionale svizzero. Tutto il dibattito poggia dunque su basi molto fragili perché fragile è la premessa da cui è partito, cioè che è diventato difficile governare e che lo Stato funziona sempre peggio. Nulla di più falso: il governo lavora e lo Stato funziona assai bene, dalle scuole agli ospedali, dalla polizia alle strade. Certo una soluzione politica trovata sulla base di un’ampia coalizione è forse più lenta da elaborare (ma anche questo è da dimostrare), però offre garanzie nettamente maggiori di stabilità e quindi di efficacia. In definitiva è una soluzione migliore, anche perché è sbagliato voler risolvere problemi complessi con ricette semplicistiche. L’appello al maggioritario appare dunque come una scorciatoia per ignorare la complessità della società contemporanea.

Pubblicato

Venerdì 10 Giugno 2005

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