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Nel nostro interesse

di

Gianfranco Helbling
L'epoca in cui il processo di costruzione europea era portato di slancio da grandi ideali è passata da un pezzo. Certo l'aver pacificato popoli molto diversi fra loro e con interessi spesso divergenti è un merito storico di questo processo. Ma oggi sono altre le forze che lo governano. E l'Europa che si sta costruendo è parte integrante del modello di globalizzazione e liberalizzazione in avanzata fase di attuazione. Tutto deve circolare più velocemente e più intensamente: le persone non meno che le merci e i servizi. Al seguito dei capitali. Per questo è difficile guardare a questa Europa con gli occhi dell'ideale. La sola cosa giusta che ci si può chiedere, anche per chi come la Svizzera è fuori dall'Unione europea (Ue), ma con essa intrattiene un fitto intreccio di relazioni, è se questo processo di integrazione serve oppure no. È nel nostro interesse, nell'interesse di chi (in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici) abita in Svizzera e in Europa? La domanda è molto concreta e urgente: l'8 febbraio infatti il popolo svizzero deve dire se sia utile confermare gli Accordi bilaterali fra Svizzera e Ue e nel contempo estenderli a Romania e Bulgaria. Diciamo allora che il sì è utile nella misura in cui dannoso sarebbe il prevalere del no. Se gli elettori respingessero la prosecuzione dei Bilaterali e la loro estensione a Bulgaria e Romania farebbero un danno certo, per quanto di imprevedibile portata. Già la Svizzera sente in faccia il vento gelido della crisi, che spazza via posti di lavoro a decine. In particolare nell'industria, che realizza con l'Ue il 65 per cento delle sue esportazioni. Facile allora immaginare che cosa accadrebbe qualora gli elettori svizzeri scegliessero nuovamente di isolarsi: molte industrie dislocherebbero del tutto o in parte nell'Ue la loro produzione. A spese delle lavoratrici e dei lavoratori che vivono qui. E questo è solo un esempio. Perché a risentirne sarebbe il nostro intero sistema economico (basti ricordare la crisi tutta svizzera di metà anni '90 seguita al no allo Spazio economico europeo). Ma con un no l'8 febbraio decadrebbero anche le misure d'accompagnamento agli Accordi bilaterali, che se non altro consentono un minimo di controllo del mercato del lavoro. Non sono gran che, si dirà. È vero, ma sono state impiantate in pochi anni in un paese, la Svizzera, che per tradizione ha un diritto del lavoro ultraliberista. E se sparissero si aprirebbero davvero le porte al dumping salariale e alla deregolamentazione delle condizioni d'impiego. A spese delle salariate e dei salariati. E per il gran sollazzo del capitale. Insomma, serve un sì utile. Con dubbi e riserve, ma che sia un sì. L'entusiasmo possiamo anche tenercelo per un'altra occasione.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2009

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