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Omosessuali e adozioni, perché no?

di

Gianfranco Helbling
La scorsa settimana il Consiglio nazionale ha approvato la nuova Legge sull’unione registrata di coppie omosessuali che in molti ambiti giuridici parifica finalmente le coppie omosessuali stabili a quelle di eterosessuali che hanno contratto il matrimonio. Su un punto però la stragrande maggioranza dei deputati non ha voluto sentir ragioni e ha deciso che sia cosa buona e giusta continuare a mantenere una evidente discriminazione in rapporto alle coppie sposate: le coppie omosessuali, per quanto registrate, non potranno né ricorrere alla procreazione assistita, né adottare. Di più: in una coppia registrata non sarà nemmeno possibile l’adozione da parte di un partner dei figli dell’altro. A parte considerazioni di natura tattica (non caricare di troppe novità una legge che altrimenti rischierebbe il naufragio popolare in caso di referendum) l’argomento decisivo in parlamento è stato che in realtà questo trattamento diverso degli omosessuali non costituirebbe discriminazione, in quanto le condizioni di partenza per i figli in una coppia eterosessuale rispetto ad una coppia omosessuale sarebbero ben diverse. Per dirla con le parole del capo del Dipartimento degli interni Ruth Metzler: «il ruolo della madre in una coppia non può essere esercitato da un uomo, e viceversa». Mentre il ricorso alla procreazione assistita da parte di coppie omosessuali può porre interrogativi etici complessi e si presta ad obiezioni senz’altro importanti, il rifiuto generale dell’adozione è un evidente errore frutto di un riflesso culturale difficile da estirpare: quello per cui, in sostanza, gli omosessuali vengono puniti con la sterilità per il loro essere contro natura. Ma è un errore che si sarebbe potuto evitare se si fosse posto l’accento, anziché sui genitori e sull’eventuale discriminazione fra coppie sposate e registrate, sul fine ultimo dell’adozione, che è il bene dell’adottando. L’adozione infatti è un istituto che, nel nostro sistema giuridico, ha l’esclusivo scopo di servire al bene del figlio adottato, e solo di riflesso va poi a soddisfare eventuali desideri di genitorialità frustrati. È evidente allora che nessuno, a priori, può escludere che ci sia anche solo un bambino per il quale non ci sia miglior soluzione se non l’adozione da parte di una coppia omosessuale. Nel singolo caso poi sarebbero le autorità a stabilire quale sia effettivamente il bene del bambino, e in questa valutazione esse dovrebbero tenere in debito conto anche il fatto che, in caso di adozione, questo bambino avrebbe due genitori dello stesso sesso. Negando l’adozione alle coppie registrate si è dunque fatto un torto non già agli omosessuali, quanto piuttosto ai bambini.

Pubblicato

Venerdì 12 Dicembre 2003

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