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Pinter condanna Blair e Bush

di

Gianfranco Helbling
I riconoscimenti non cessano di piovere sul drammaturgo, regista e poeta inglese Harold Pinter. A 75 anni il mondo sembra essersi reso conto della sua grandezza. Così, dopo il Premio Kafka e il Premio Nobel attribuitigli lo scorso anno, nel week end a Torino gli è stato consegnato il Premio Europa per il Teatro, il massimo riconoscimento nel campo delle arti sceniche nel nostro continente. Pur se evidentemente debilitato dal cancro all’esofago e da numerosi altri problemi di salute che lo perseguitano ormai dal 2002, l’autore di testi drammatici che hanno fatto la storia del teatro contemporaneo (da “Il calapranzi” a “La serra”, da “Tradimenti” a “Terra di nessuno”, da “Il linguaggio della montagna” a “Ceneri alle ceneri” e a molti altri ancora) ha voluto essere presente a Torino. L’occasione è stata propizia per un colloquio con i numerosi giornalisti e ospiti presenti condotto dal critico di The Guardian Michael Billington. Di seguito ne riportiamo ampi stralci, quelli che più si riferiscono al teatro politico e all’impegno per i diritti umani di Pinter. Harold, mentre stavi scrivendo il discorso per la cerimonia di consegna del Nobel sei stato ricoverato d’urgenza. Ero lì lì per morire. Non mi ero mai reso conto prima di cosa significhi trovarsi in quella situazione. Non pensi a nulla in quel momento: è un’esperienza, semplicemente. Io ho combattuto disperatamente per rimanere vivo. Ho lottato per poter continuare a respirare. Ci sono riuscito per il rotto della cuffia. È stato difficile poi registrare il discorso, visto che non hai potuto andare a Stoccolma? Sono uscito dall’ospedale per andare nello studio di registrazione, poi sono subito ritornato in ospedale. Sempre sulla sedia a rotelle. Ma stavo bene. Alla fine sei apparso molto meno fragile che all’inizio del discorso. Tutto è cresciuto d’intensità mano a mano che proseguivo nella lettura. Parlando della politica estera degli Stati Uniti volevo essere il più lucido possibile, non volevo che ci fosse confusione: volevo essere razionale, non emozionale. Il discorso per il Premio Nobel ha uno dei punti centrali nella contrapposizione fra l’elusività del teatro rispetto alla verità e la verità della vita: visto quanto accade in Iraq, ad Abu Ghreib, a Guantanamo, pensi che la gente si stia risvegliando? La percezione generale in effetti è che le cose siano cambiate, che ci sia più consapevolezza di ciò che le nostre società hanno fatto nel resto del mondo: distruzioni, torture, uccisioni. Da tempo ho questa preoccupazione per quanto hanno fatto gli Usa negli ultimi 50 anni, ma in Inghilterra ho dovuto sopportare una certa derisione, mi è stato dato dell’idiota per molti anni. Ora mi sembra che sempre più persone anche in quella che chiamavano Regno Unito o Gran Bretagna (ma che non ha nulla di unito o di grande) capiscono che Abu Ghreib e Guantanamo non sono fatti nuovi, che hanno numerosi precedenti. Da oltre 50 anni l’unica preoccupazione degli Usa è: cosa è nel nostro interesse? Si deve però fare una distinzione importante: molti americani si vergognano di quanto fa il loro governo, sono furiosi. Ho ricevuto molte lettere dagli Usa che mi esprimono tutta la disperazione dei loro autori. Ora c’è maggiore consapevolezza delle menzogne? Sì. Ora non è più possibile ignorare il fatto che i crimini commessi (ad esempio ad Abu Ghreib) non sono casuali, non sono stati commessi da poche mele marce, ma venivano direttamente dal vertice, dal Pentagono, dal numero 10 di Downing Street. Nella popolazione inglese c’è ora un forte senso di vergogna che nasce dalla politica voluta dal governo. Quello di Blair verso Bush è un asservimento vergognoso e disgustoso, che anzi va oltre queste parole. Dimostra la volontà di non accettare che il lancio di bombe su uno Stato sovrano è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, qualunque cosa si pensi di quello Stato. Invece Blair dovrebbe preoccuparsi del fatto che gli Usa perpetrino questi crimini senza nemmeno pensarci su un attimo. La Bbc però il tuo discorso l’ha praticamente ignorato. Sì, per la Bbc è come se non fosse mai avvenuto. Mi ha molto sorpreso che non ne abbiano nemmeno parlato, ma non ho una risposta sul perché. Qualcuno ha suggerito che ci sarebbe una complicità fra la Bbc e Blair, ma non sono d’accordo. Qual è una personalità politica che rispetti? Mi piaceva molto Robin Cook, che era nel governo Blair ma che è morto molto tristemente. L’avrei certamente votato. Ha avuto il coraggio di dimettersi, un atto che non sta molto caro ai politici. È molto difficile per loro lasciarsi mettere da parte. Non si rendono conto quando sono diventati inutili, dei parassiti della società. Che rapporto hai con i testi di Bertolt Brecht? Per me è stato molto importante leggerlo, sia nei suoi testi per il teatro che nelle sue poesie. Oggi provo molto rispetto per il lavoro di David Hare. Lui è autore di pezzi politici molto chiari ad esempio sull’origine della guerra in Iraq (“Permanent Way”): ammiro molto il suo rigore, la sua onestà nel cercare la verità. David Hare sostiene che alcuni eventi del nostro tempo sono così grossi che la narrazione di essi impallidisce al loro cospetto. È giusto. Tutti dovremmo conoscere l’orrore dell’Olocausto. Ma leggendo un saggio su di esso è come se ci sfuggisse sempre qualcosa. Invece leggendo le poesie di Paul Celan se ne comprende davvero l’orrore. In effetti nulla supera la narrazione poetica dell’orrore e della bellezza: non c’è voce simile alla poesia capace di fare emergere altrettanto bene cose come queste che normalmente ci sono nascoste. In Inghilterra conosce un crescente successo il teatro verbatim, fatto spesso sulla base della trascrizione di veri processi. Un esempio è il Tricycle Theatre. Che ne pensi? Il Tricycle sta facendo un ottimo lavoro di denuncia, di risveglio delle coscienze. Ma ci sono molti altri esmpi simili. Penso alla pièce “My Name is Rachel Corey”, che doveva essere montata a New York ma di cui poi non si è più fatto nulla per una strana autocensura del teatro stesso. Rachel Corey era una pacifista in Palestina, aveva studiato molto da vicino il problema della distruzione delle case palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Ma rimase uccisa in una casa che si stava demolendo. Lei fu accusata di antisemitismo, per cui si è detto che la pièce non è stata portata in scena per quella ragione. In realtà il problema è che il bulldozer che ha ucciso Rachel Corey era di produzione americana, e il teatro di New York non se la sentiva di avere problemi per questo motivo. Cosa pensi della censura? Sempre più spesso in Gran Bretagna e negli Stati Uniti la verità viene censurata. In Gran Bretagna ad esempio è stata emanata una legge che proibisce di tenere manifestazioni di protesta vicino al parlamento. Un giorno una donna è entrata in quest’area vietata alle manifestazioni e si è messa a declamare i nomi dei soldati inglesi rimasti uccisi in Iraq. Immediatamente dalle loro camionette sono usciti 14 poliziotti che l’hanno arrestata. Poi lei è stata processata e condannata e oggi ha la fedina penale sporca per aver detto ad alta voce dei nomi: i parlamentari l’hanno messa a tacere per negare la loro responsabilità su quanto succede in Iraq. Sono state approvate delle leggi antiterrorismo che sopprimono la nostra libertà di dissentire. Ma vedo anche tanta apatia in molti, e l’incapacità delle strutture pubbliche di reagire. La verità per difendere la dignità umana In una prigione, due aguzzini discutono delle torture che stanno per infliggere ad un uomo con gli occhi bendati. Des: «Perché piangi?». Lionel: «Mi piace. Mi piace. Mi piace. (…) Mi sento così puro». Des: «Fai bene a sentirti puro. Sai perché? (…) Perché ripulisci il mondo per il bene della democrazia». Questo è un breve scambio di battute dall’atto unico “Il nuovo ordine mondiale” che Harold Pinter ha scritto nel 1991. Con una prefigurazione quasi profetica di quanto sarebbe accaduto oltre dieci anni più tardi ad Abu Ghreib non meno che a Guantanamo. Uno scambio di battute che bene rende l’idea di cosa si intenda parlando del teatro politico di Pinter, uno dei punti focali su cui s’è concentrato l’interessante convegno a lui dedicato la scorsa settimana a Torino a margine della consegna al drammaturgo inglese del Premio Europa per il Teatro. Ma, dice lo stesso Pinter, che definì «il momento di maggior orgoglio della mia vita» il giorno in cui fu buttato fuori dall’ambasciata americana in Turchia assieme ad Arthur Miller, fare del teatro politico non significa necessariamente mettere in scena contenuti direttamente politici: «può essere più politico rappresentare uno spettacolo di Vaclav Havel», ama ripetere. Come ha rilevato lo storico e drammaturgo Donald Freed riferendosi al discorso per la consegna del Premio Nobel, Pinter fonda il suo teatro politico su un’etica della responsabilità: «per lui siamo responsabili di tutto ciò che viene fatto in nostro nome». Questa responsabilità, ha rilevato dal canto suo la critica letteraria e saggista Susan Hollis Merritt, impone un costante impegno per la ricerca della verità come unico presupposto possibile di una politica volta alla dignità umana: «perché secondo Pinter i politici non sono interessati alla verità, in quanto soltanto con la menzogna e con l’inganno possono rimanere al potere. Ecco perché i morti dovuti alla politica estera americana vengono sistematicamente occultati, come i soldati che muoiono in Iraq e vengono seppelliti di notte, di nascosto, lontano dalle telecamere». E la morte è il vero risultato delle menzogne, l’ultima verità possibile. Ecco perché il tema della morte è diventato centrale nel Pinter dell’ultimo decennio, culminando, in “Ceneri alle ceneri”, proprio nella denuncia della responsabilità collettiva per l’Olocausto.

Pubblicato

Venerdì 17 Marzo 2006

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