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Storia di classe

Resistenza

di

Pablo Guscetti

«Lo avrai/camerata Kesselring/il monumento che pretendi da noi italiani/ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi. (…) Su queste strade se vorrai tornare/ai nostri posti ci ritroverai/morti e vivi collo stesso impegno/popolo serrato intorno al monumento/che si chiama/ora e sempre/RESISTENZA»
Piero Calamandrei, “Lapide a ignominia”, 1952

Nel marzo del 1944 i partigiani comunisti dei Gruppi di Azione Patriottica (Gap) portavano a termine una delle azioni urbane di resistenza armata fra le più eclatanti di tutto il secondo conflitto mondiale. In quello che è passato alla storia come l’attentato di via Rasella, 12 partigiani italiani agli ordini di Carlo Salinari, nome di battaglia Spartaco, fecero saltare in aria 33 soldati nazisti delle forze d’occupazione della capitale.


Ben più famosa dell’azione partigiana fu la barbara ritorsione nazista messa in atto all’indomani dell’attentato: con la proporzione di dieci esecuzioni sommarie per ogni tedesco morto, più di 300 persone fra militari italiani, civili, prigionieri comuni o ebrei furono sterminati durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine.


Il 6 maggio del 1947 la corte militare di Venezia condannerà a morte per crimini di guerra il Feldmaresciallo Albert Kesselring. Principale responsabile della repressione partigiana in Italia, Kesserling si era arreso il 6 maggio di due anni prima, ma la condanna venne presto mutata nel carcere a vita in seguito all’intervento del governo britannico. Un pugno di anni dopo, per ragioni di salute, Kesselring fu graziato e, una volta rientrato nella Germania Ovest, divenne consulente di Adenauer per la politica di riarmo in seno alla Nato.


Kesselring restò un fedelissimo del Führer e dell’ideologia nazista per il resto della sua vita, dichiarando fra le altre cose che gli italiani avrebbero dovuto erigergli un monumento. Un monumento che non sarebbe però stato di pietra, né di legno, né di neve. Bensì un monumento fatto dal silenzio dei torturati, dalla forza, dal coraggio e dall’abnegazione di chi ha resistito e che sempre resisterà.


Nel maggio del 2022 la Turchia ha occupato una parte del Kurdistan iracheno, portando avanti in modo sistematico i suoi piani di pulizia etnica mascherati da lotta contro il terrorismo. Mentre Erdogan offre i suoi servigi per mediare in Ucraina, il suo esercito (il secondo più grande di tutta la Nato), porta avanti un’espansione criminale che non sembra dare così tanto fastidio. Utilizzando milioni di profughi come pedine sulla scacchiera del Risiko, passando accordi con la disgustosa agenzia che contribuiamo a finanziare altresì detta Frontex, il sultano avanza. Sulla sua strada il popolo, serrato attorno a quello stesso monumento che continua a chiamarsi resistenza.


Una resistenza che anch’essa si costruisce sul silenzio di donne e di uomini torturati e che si mantiene nonostante un altro silenzio, il silenzio colpevole dell’Occidente.

Pubblicato

Giovedì 5 Maggio 2022

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