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Scegliere non basta più, si deve selezionare

di

Gianfranco Helbling
Il giudizio sul Festival internazionale del film di Locarno edizione 2003 va diviso in due. Da un lato, e ancora, non si può non sottolineare la qualità complessiva dell’offerta e la quantità di stimoli alla riflessione e all’apertura che il Festival sa imporre ad una regione che ama invece ripiegarsi su sé stessa. Si tratta di meriti ampiamente riconosciuti sui quali non è il caso di ritornare se non per segnalare quanto possano essere insidiose le continue sparate contro il Festival di Giuliano Bignasca, non a caso profeta della chiusura su sé stesso del piccolo Ticino. D’altro lato non si possono però trascurare né la fragilità della rassegna, né le sue contraddizioni interne. Cominciamo dalla debolezza di Locarno. Certamente quest’anno non si sono visti grossi contrattempi organizzativi, e anzi tutto l’apparato sembra aver ben digerito l’enorme balzo di crescita imposto al Festival con la passata edizione. Ma, stretto in un calendario internazionale di Festival impietoso (con Montréal, Venezia e San Sebastian che seguono in appena un mese), Locarno ha dimostrato ancora una volta di avere pochi argomenti per potersi imporre e, soprattutto, per mettere in fila almeno 50 lungometraggi inediti di qualità che sappiano reggere con forza la programmazione di due Concorsi (ufficiale e video) e della Piazza. Lo chèque che accompagna il Pardo d’oro ha finalmente raggiunto quest’anno una cifra dignitosa (90 mila franchi), ma evidentemente non basta se Venezia continua a scippare film già accordati a Locarno, se Idrissa Ouedraogo preferisce Montréal e se Fernando Perez se ne va a San Sebastian. E la debolezza contrattuale di Locarno è evidente anche nella sconsolante pochezza del cinema italiano visto in Concorso e in Piazza oltre che nella spavalderia con cui i media internazionali (specialmente italiani) ne violano gli embarghi stampa, sia sui film del Concorso che sul palmarès: ma se è Locarno ad avere bisogno dei giornalisti internazionali più di quanto questi non abbiano bisogno del Festival, a quest’andazzo ci si deve rassegnare. Le contraddizioni interne sono di diversa natura, ma molte in qualche modo riconducibili al desiderio dei vertici del Festival di non dispiacere a nessuno. Così si prendono anche film deboli, salvo programmarli in nicchie marginali, o si organizzano tavole rotonde molto discontinue che a volte paiono raffazzonate all’ultimo minuto. Oppure si moltiplicano gli “eventi” o presunti tali, uno o più per ogni sponsor che li sostiene, col risultato che un appuntamento distrae l’attenzione dall’altro e tutti si annullano a vicenda. O si mette in piedi un’interminabile cerimonia di premiazione per dare una mano al palinsesto della Tsi, dove si riesce a trovare un angolo anche a Franco Ambrosetti. Oppure ancora si snatura Piazza Grande, riempiendone il cuore di invitati degli sponsor ai quali il Festival ha venduto il prodotto-Piazza, col risultato che i veri appassionati di cinema sono letteralmente marginalizzati, mentre l’evento sembra svolgersi a gloria e vanto di chi in Piazza ci va per la Piazza e non per il film. Ecco, provocatoriamente varrebbe forse la pena cominciare a considerare la Piazza come un corpo estraneo al Festival. Così facendo si uscirebbe dall’eterna ambiguità di una programmazione che non si sa più se calibrare sui gusti dei cinefili o su quelli di chi al cinema ci va una volta all’anno (in Piazza, appunto) e non è carino che rimanga deluso (anche perché 25 franchi per una proiezione e 30 per due, su sedie scomodissime e lontane, sono troppi). Del resto la crisi della Piazza è evidente nelle cifre dell’affluenza di quest’anno, in aumento rispetto al 2002 solo perché tutte le proiezioni hanno avuto luogo sotto le stelle. Ma la Piazza è anche specchio dello scarso potere d’attrazione di Locarno: se la sua programmazione era debole, non è necessariamente solo colpa della direttrice Irene Bignardi. E allora qualche pensierino sarebbe opportuno farlo di nuovo sulla decisione di separare rigorosamente Piazza e Concorso: perché “Gori Vatra” piuttosto che “Thirteen” in Piazza Grande non avrebbero certamente sfigurato. Altri hanno usato la parola “bulimia”. C’era tanto, ma il tanto ci può stare e, di per sé, può anche essere bello. Il problema non sta semmai nell’apparente assenza di chiare linee programmatiche: si è preso tutto quel che piaceva e lo si è ammassato. Risultato: s’è visto tanto, s’è discusso poco. Perché per discutere occorrono delle idee forti, al limite delle provocazioni, che quest’anno non c’erano o, se c’erano, si sono perse nella gran marmellata di un Festival che ormai assomiglia più a un supermercato che a una bottega. In futuro occorrerà che la direzione del Festival non si limiti a scegliere, ma che selezioni con più rigore.

Pubblicato

Venerdì 29 Agosto 2003

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