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"Soluzione minima, ma è il primo passo"

di

Gianfranco Helbling
A volte fa strani scherzetti, la storia. La consigliera nazionale zurighese Christine Goll, presidente nazionale del Sindacato dei servizi pubblici Vpod, lo sa bene. Lei che è femminista convinta si arrabbiò tantissimo, cinque anni fa, quando alle urne naufragò il precedente tentativo di istituire un congedo maternità. Tanto che con una mozione chiese l’esonero per le donne dal pagamento dei contributi alle indennità per perdita di guadagno (Ipg) in caso di servizio militare, di servizio civile o di protezione civile. Oggi Goll è di nuovo in prima linea nel difendere un congedo maternità finanziato con le Ipg. Qui spiega le sue ragioni. Signora Goll, quanto sarà contenta se il 26 settembre prevarrà il “sì”? Sarò molto contenta, perché verrebbe finalmente colmata una lacuna ingiusta nel trattamento salariale delle lavoratrici dipendenti. È infatti uno scandalo che alle donne salariate che partoriscono sia proibito di lavorare per otto settimane, senza che per tutte le donne sia regolata la questione del pagamento del salario in questo periodo. D’altra parte devo riconoscere che la proposta su cui si vota il 26 settembre è una proposta assolutamente minimalista. Il canton Ginevra ha una soluzione migliore, e questo vale anche per quelle donne il cui rapporto di lavoro è regolato da un contratto collettivo e per le quali i sindacati hanno potuto ottenere un trattamento della maternità più confacente. E se facciamo un confronto a livello europeo la Svizzera continuerebbe ad occupare l’ultimo posto anche se prevalesse il sì. Questo però significa che se la proposta viene accettata avremo la base, per tutte le donne di tutta la Svizzera, per chiedere e ottenere dei miglioramenti ulteriori in fasi successive. Il voto del 26 settembre dovrà dunque dare un segnale importante anche in questa direzione. Quali di questi futuri miglioramenti considera prioritari? La durata del congedo pagato, di 14 settimane, è molto breve, noi ne vorremmo almeno 16. Anche il versamento soltanto dell’80 per cento del salario è insoddisfacente, dovrebbe venir versata l’integralità del mancato guadagno. Inoltre ci vorrebbe un congedo pagato anche in caso di adozione. Più in generale, considerando la politica sociale e a favore delle famiglie, mi sembra giunta l’ora che finalmente si adottino degli assegni famigliari uguali per tutta la Svizzera: anche qui la situazione è in larga misura deficitaria, deve diventare realtà il motto “un figlio, un assegno”. Come giudica il ruolo dei contratti collettivi nella tutela dei diritti delle madri lavoratrici? Dove i sindacati sono più forti, in particolare dove le donne si sono organizzate all’interno dei sindacati (per esempio nella Vpod), si è effettivamente in grado di ottenere soluzioni più soddisfacenti per la maternità e l’allattamento attraverso i contratti collettivi. Il problema è che nemmeno la metà delle donne attive professionalmente hanno il loro rapporto di lavoro regolato da un contratto collettivo. E è proprio in quei rami professionali come la vendita o le pulizie, caratterizzati da un’elevata percentuale di donne, con condizioni di lavoro precarie e con bassi salari, che le donne sono poco o per nulla organizzate sindacalmente. Per loro una vittoria del “sì” il 26 settembre è fondamentale. Qui c’è ancora molto lavoro da svolgere per i sindacati. Perché in Svizzera è così difficile far breccia con questi temi? La Svizzera dal punto di vista della politica delle famiglie e della parità fra i sessi è un paese in via di sviluppo. Basta pensare a quanto c’è voluto perché le donne ottenessero il diritto di voto: è uno scandalo che si sia dovuto aspettare gli anni ’70. Inoltre in Svizzera è sempre molto difficile ottenere il consenso dell’elettorato già al primo tentativo, in particolare quando si tratta di giustizia sociale. Per me questa è la quarta campagna di votazione sul tema del congedo maternità… Nell’ambito della politica sociale i progressi fatti, a cominciare dall’Avs, non sono mai stati dei regali caduti dal cielo, ma sono sempre stati delle conquiste per le quali s’è dovuto lottare duramente. Proprio l’Avs era uno degli argomenti al centro dello sciopero generale del 1918, diventò realtà soltanto 30 anni dopo. E come ha reagito alle sconfitte del passato? Arrabbiandomi. Per fortuna, la rabbia è uno dei motori che ci spinge ogni volta a provare di nuovo a cambiare le cose, a non rassegnarsi. E si arrabbia vedendo i manifesti dell’Udc in questa campagna con lo slogan “No ai figli di stato”? No, mi viene da ridere. È un’espressione così stupida che non merita altra reazione. Del resto l’Udc non parla mai di “contadini di stato” quando si tratta di ottenere dei privilegi per gli agricoltori, che sono una piccola percentuale della nostra popolazione. Non le dà fastidio che si sia dovuto abbinare il congedo maternità all’aumento delle indennità per perdita di guadagno dei soldati affinché il congedo maternità avesse una chance di essere accettato? È stata una tattica degli iniziatori e delle iniziatrici di questo progetto di congedo maternità quella di abbinarvi un miglioramento delle prestazioni anche per chi presta servizio militare, servizio civile o servizio di protezione civile. Fu il direttore dell’Unione svizzera delle arti e mestieri Pierre Triponez (Prd), colui che fu in prima linea nel 1999 a combattere la precedente proposta, ad elaborare l’iniziativa parlamentare su cui ora votiamo, sostenuto in questo da tre donne parlamentari degli altri partiti di governo. È stata una mossa tattica, ma d’altra parte sono sicura che con questa soluzione il congedo maternità è finanziabile a lunga scadenza in quanto l’esercito ha bisogno di sempre meno soldati e i giorni di servizio prestati in un anno diminuiscono sempre più. È vero che avere bambini è una questione privata. Ma per averli sono necessarie delle buone condizioni-quadro che lo Stato è tenuto a creare attraverso una buona politica famigliare: e qui in primo luogo è necessaria almeno la compensazione della perdita di guadagno a seguito della maternità. Come valuta l’impegno a favore del sì dei partiti borghesi? A parole sostengono questo progetto. Ma parlare non costa niente. Sono molto delusa per l’atteggiamento dei partiti vicini all’economia (in particolare di Prd e Pdc) e delle lobby economiche: non sono disposti a sostenere finanziariamente la campagna in vista del voto, come invece hanno fatto a suon di milioni lo scorso 16 maggio per il pacchetto fiscale. Mi delude molto questo atteggiamento proprio perché l’economia ha bisogno che anche le donne siano presenti sul mercato del lavoro. Una previsione sull’esito del voto? Spero davvero che stavolta vinciamo, proprio perché si tratta di una soluzione minimalista: questa è l’ultima possibilità affinché le donne salariate non debbano aver paura per la perdita di salario se diventano madri. Sono fiduciosa, ma bisogna continuare a svolgere un lavoro di convincimento fino al giorno della votazione: i sondaggi che circolano attualmente e che accreditano un 70 per cento di “sì” sono pericolosi, possono portare al disimpegno dell’elettorato favorevole al congedo maternità.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2004

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