Un'estinzione di massa causata dall'uomo

L’Umanità vive consumando l’equivalente delle risorse di 1,7 Terre. Un deficit insostenibile verso la natura che, differentemente da quelli finanziari, non può esser negoziato e restituito. Oltretutto il trend, malgrado e checché ne dicano le dichiarazioni di governanti, non migliora. Anzi, aumentano gli eventi estremi: violenti uragani e venti, forti precipitazioni, inondazioni, nonché siccità, temperature oltre i 50 gradi in zone abitate, scioglimento di ghiacciai e calotte. Un monito nostrano: lo zero gradi misurato nel 2022 nelle Alpi svizzere.

 

Stiamo sempre andando nella direzione opposta a quella necessaria per ristabilire la resilienza ovvero l’equilibrio tra quanto può costantemente offrire il pianeta e il consumo. Siamo testimoni di un’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale, sia globale dagli effetti dell’azione umana. E per questo chiamata “antropocene”.

 

Un fenomeno che è sorto e cresciuto solo a partire dalla metà del ’700 con l’affermarsi dell’industrializzazione avviata mediante l’uso di fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, metano) e di sostanze chimiche. Innovazioni salutate quali promesse della modernità di strappare la storia alla natura e liberare il divenire umano da ogni determinismo naturale, e che invece ne segnano il fallimento. Gli sconvolgimenti climatici e ambientali stanno oscurando le prospettive di un mondo di vita migliore per il maggior numero possibile di persone, e della salvaguardia delle forme di vita esistenti sul nostro pianeta. Eppure fino a metà del ’700 le attività umane non avevano creato problemi particolari alle altre specie viventi. In meno di 250 anni la situazione è precipitata diventando estremamente e drammaticamente critica: squilibrio climatico ambientale, estinzione accelerata di specie viventi.

 

Insomma a 300mila anni dalla sua apparizione, noi, discendenti dell’Homo sapiens, stiamo dirigendo il “vascello Terra” con l’insieme di tutte le specie viventi verso l’iceberg. Dal punto di vista economico viviamo consumando il “capitale della natura al posto dei soli interessi, aumentando il debito ecologico”. Ovvero un consumo superiore alla capacità di autogenerazione del sistema Terra, di cui uno degli indicatori utilizzato è l’impronta ecologica; se supera il 100% il sistema è in deficit. È il caso di molti Paesi soprattutto di quelli detti avanzati, tra cui la Svizzera.

 

Clima e biodiversità sono tematiche pressanti, sul tavolo dal Summit della Terra tenutosi a Rio nel 1982. Da allora il cambiamento climatico dovuto principalmente ai gas a effetto serra, prodotti dall’uso di fonti fossili, non ha denotato mutamenti di rilievo, al contrario in forte aumento per numero e intensità distruttiva. Un esempio: l’uso del carbone, maggiore responsabile dei gas a effetto serra, ha segnato nel 2022 nuovi record (per buona pace delle multinazionali con sede in Svizzera che ne assaporano la neutralità). Stessa sorte per la biodiversità per la quale siamo addirittura a 5 minuti dalla mezzanotte. «Negli ultimi decenni a livello mondiale abbiamo distrutto il 40% del capitale naturale e la distruzione continua ad aumentare», dice Markus Fischer – professore all’Uni di Berna e membro del gruppo di esperti del consiglio mondiale della biodiversità – la «Svizzera in testa a livello europeo, con una lista record di specie minacciate». Per Fischer, come per altri specialisti, «siamo testimoni di una estinzione di massa paragonabile con quella che portò alla scomparsa dei dinosauri; questa volta, però, per cause generate dagli uomini».

 

Il busillis è che il capitale della natura non può crescere, ma solo essere mantenuto. Ciò mette direttamente in causa il sistema economico mainstream: dal capitalismo occidentale, a quello asiatico, passando per le varie declinazioni minori. A spiegarlo sono le leggi della termodinamica fatte proprie dalla totalità degli addetti di tutte le discipline scientifiche, tranne che pochi della Scienza economica.

Pubblicato il

16.02.2023 09:22
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