America Latina

Santiago è un giovane argentino di 28 anni. Gira il paese da nord a sud, accompagna le lotte e poi riparte. Da qualche settimana si trovava in Patagonia, nella provincia del Chubut. Lì vivono e si organizzano i Mapuche, comunità che reclama la restituzione della terra della quale fu espropriata negli anni del genocidio degli indigeni, terra che è stata poi ceduta illegalmente a compagnie private e finalmente accaparrata dai latifondisti della famiglia Benetton.

Il 31 luglio scorso la comunità indigena in resistenza monta un picchetto e blocca una strada sui territori controllati dagli oligarchi italiani. La gendarmeria nazionale interviene e spara. I manifestanti scappano. Santiago, che non sa nuotare, rimane aggrappato a un arbusto tentando di guadare il fiume, prima che i suoi compagni lo perdano di vista.
La ministra degli interni, Patricia Bullrich, e il giudice incaricato dell’inchiesta si sono affrettati di dichiarare alla stampa che «nessun indizio prova l’implicazione della gendarmeria». In compenso, le autorità hanno accusato pubblicamente la comunità Mapuche e la famiglia di Santiago di sabotare le indagini. Eppure, sono numerosi i testimoni che hanno visto Santiago caricato a forza sul furgone della gendarmeria. Da lì, è sparito nel nulla. Quando finalmente, grazie alla pressione dell’opinione pubblica, sono stati effettuati dei rilievi sui veicoli utilizzati dagli agenti, i veicoli erano puliti e lucidati. Con la complicità esplicita della gerarchia politica, la macchina dell’impunità si è messa in marcia. I colpevoli dormono sonni tranquilli, mentre la famiglia e gli amici di Santiago passano notti di angoscia.
Ma in un Paese dove le forze di polizia e i militari si sono resi colpevoli di atti di terrorismo di Stato – provocando 30.000 desaparecidos –, la sparizione di Maldonado tocca un nervo scoperto e risveglia brutti ricordi, ancor più se si considera che l’attuale governo Macri ha dato numerosi segnali inquietanti in favore dell’ex dirigenza della dittatura militare (1976-1983), come ad esempio la scelta della Corte suprema, fedele all’esecutivo, di ridurre la pena a persone condannate per tortura durante gli anni del regime. Una decisione sulla quale il governo ha dovuto fare marcia indietro dopo che mezzo milione di persone sono scese in piazza ricordando che per i torturatori non ci dev’essere “ni olvido, ni perdon” (né dimenticare, né perdonare).
Fine agosto, guidato dai fazzoletti bianchi delle madri delle vittime della dittatura, il movimento popolare ha ripreso la sua Plaza de Mayo per denunciare – ancora una volta – l’insopportabile sparizione di un giovane attivista da parte degli apparati dello Stato. In centinaia di migliaia, con le lacrime agli occhi, hanno ascoltato e abbracciato il fratello di Santiago, che – con la voce rotta dal pianto – gridava a squarciagola in direzione del palazzo del Governo: «Santiago, sono orgoglioso di te, ti voglio vedere, lotterò sino alla fine, non mi importa un carajo cosa mi succederà, rivoglio Santiago in vita». E dalla steppa del Chubut al centro di Buenos Aires, fin sulle prime pagine dei giornali stranieri, il silenzio assordante delle autorità viene sommerso dal clamore di un popolo solidale, che esige che si risponda a una domanda che sperava non dovere porsi mai più: “Donde está Santiago Maldonado?”

Pubblicato il 

13.09.17..
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