L'editoriale

All’indomani della catastrofe nucleare di Fukushima in Giappone del 2011, la Svizzera è stata uno dei primi paesi a reagire imboccando la strada dell’abbandono graduale, in particolare con la decisione del Consiglio federale di bloccare la costruzione di tre nuovi reattori pianificati e di fissare un calendario di chiusura delle centrali attive entro il 2034. Decisione dettata da ragioni di sicurezza e di economicità e annunciata, ironia della sorte, dalla ministra dell’energia Doris Leuthard che la potente lobby nucleare aveva a tutti i costi voluto alla testa del dipartimento occupato fino a pochi mesi prima da un nemico dichiarato come Moritz Leuenberger. La svolta della ministra (di Argovia, il Cantone più nuclearizzato della Svizzera, con tre reattori e il deposito intermedio per scorie radioattive), del governo e di molti politici borghesi è stata per certi versi clamorosa, perché fino al giorno prima preconizzavano ancora la costruzione di nuove centrali, ormai certi che il movimento anti-nucleare elvetico dei decenni precedenti si fosse definitivamente spento.


Evidentemente la catastrofe giapponese (che tra l’altro ha interessato un impianto dello stesso tipo e della stessa generazione di quello bernese di Mühleberg) e l’impatto che questa ha avuto sull’opinione pubblica li hanno spinti ad assumere una posizione più ragionevole. Una ragione che oggi, a sei anni di distanza, pare però essere sulla via dello smarrimento visti gli argomenti con cui la stessa Leuthard e i suoi alleati combattono l’iniziativa “Per un abbandono pianificato” in votazione il prossimo 27 novembre.


Un’iniziativa assolutamente moderata, che prevede lo spegnimento di tutti i cinque reattori presenti su suolo svizzero dopo 45 anni di esercizio, vale al dire al più tardi nel 2029, quando dovrebbero chiudere gli impianti argoviesi di Beznau II e Leibstadt e quello solettese di Gösgen. La centrale di Beznau I, la più vecchia al mondo, dovrebbe invece essere spenta entro un anno dall’accettazione dell’iniziativa, mentre quella di Mühleberg chiuderà nel 2019, ma solo perché così ha deciso il suo gestore BKW alla luce degli investimenti necessari per colmare gravi lacune in materia di sicurezza.


Ma il Consiglio federale, che voleva chiudere tutti gli impianti entro il 2034, oggi afferma che il termine di spegnimento del 2029 è troppo breve e che sarebbe meglio seguire la via tracciata dal Parlamento con la cosiddetta “Strategia energetica 2050” (peraltro ancora tutta da confermare visto che l’Udc ha lanciato il referendum), che prevede sì l’uscita dall’atomo, ma che consente pure il mantenimento in esercizio a tempo indeterminato degli impianti esistenti.

Un’ipotesi semplicemente folle tenuto conto che si tratta dei più vecchi del pianeta. Basti ricordare che le 151 centrali già dismesse al mondo hanno raggiunto un’età media d’esercizio di 25,6 anni, mentre in Svizzera Beznau I (spenta da oltre un anno per problemi di sicurezza) ne ha 47, Mühleberg e Beznau II 45. O che in Germania la più vecchia centrale ancora in esercizio è più recente di quella più moderna che abbiamo in Svizzera, cioè quella di Leibstadt del 1984. Quando Apple lanciò il primo Macintosh, l’America eleggeva Ronald Reagan, in Italia il Partito Comunista superava la Democrazia Cristiana alle elezioni europee e piangeva Enrico Berlinguer mentre le fabbriche della Fiat erano ancora piene di operai (nonostante il repulisti già iniziatosi alcuni anni prima) e sfornavano ancora milioni di automobili, tra cui la mitica “Uno” che proprio nel 1984 veniva eletta “auto dell’anno”.
Il parco di reattori nucleari elvetico è fermo a quell’epoca. È dunque ora di far calare il sipario, definitivamente e il più presto possibile, come sembrano intenzionati a fare (stando ai sondaggi) i cittadini svizzeri il 27 novembre prossimo.

Pubblicato il 

09.11.16..
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