“Sono convinto che Marx non sia solo vivo e vegeto come pensatore, ma che l’attuale millennio vedrà una sua affermazione ancora maggiore”: scriveva su area Franco Cavalli. È come dire, in termini spicci: Marx aveva ragione e avrà ragione.


Uno dei fili conduttori dell’analisi di Marx è che “la base (del modo di produzione capitalista) è costituita dal mercato mondiale stesso” (Capitale, libro Terzo). Aveva ragione. Forte intuizione. Sfruttata dai teorici e dai praticanti dell’imperialismo economico. La mondializzazione del mercato, imposta dagli americani e da loro attualmente frenata per i danni che gli crea, ha avuto come fatti essenziali la libertà delle merci e la libertà dei capitali. Il presidente del grande gruppo svizzero-svedese ABB (Asea Brown Boveri) definiva la mondializzazione “la libertà per il mio gruppo di investire dove e quando vuole, di produrre ciò che vuole, di acquistare e vendere dove vuole e di dover sopportare il meno possibile costrizioni in materia di diritto del lavoro e di legislazione sociale” (Le Devoir, 5 maggio 2001). Sincero e completo. È ciò che previde Marx ed è successo. La conseguenza più sconvolgente è stata quella di trasformare in merce tutto ciò che non lo è o non lo doveva essere, come i servizi pubblici e la protezione sociale. Ma soprattutto il lavoro. Ciò ha anche implicato ridurre al minimo o rovesciare sulle finanze pubbliche, accusandole poi di sperpero, la parte di salario socializzato (disoccupazione, invalidità, assicurazione malattia o maternità), consegnare al mercato il risparmio dei lavoratori, le pensioni (fondi di pensioni) o la salute (assicurazioni private). Per Marx la produttività, conquistata con il progresso, doveva sottrarre il lavoro all’idea di merce e l’aritmetica dei bisogni sociali doveva sottrarsi a quella del profitto (è la prospettiva che traccia alla fine del “Capitale”). Non è successo.


Marx ha dimostrato che il capitalismo è un sistema ingiusto (sfruttamento) e instabile (successioni di crisi). Superato un certo punto, il sistema diventa però irrazionale proprio a causa del successo cui lo porta la sua stessa efficacia. Si potrebbe riassumere l’analisi in poche parole: la crisi è certa, ma la catastrofe non lo è. I trucchi che il capitalismo escogita o gli si impongono non cancellano mai durevolmente la natura squilibrata e contraddittoria del suo funzionamento: ne abbiamo un esempio evidente con l’ultima crisi, irrisolta e che sta preparandone una prossima. La successione di crisi e contraccolpi non lascia mai ritenere che siamo alla fine del capitalismo, anche se la si annuncia. O riprende vita sotto forme antidemocratiche e violente (guerra, fascismi) come sembra stia ancora avvenendo; o si presenta com’è stato negli ultimi decenni in modi più regressivi (svolta neoliberista, demolizione di molte conquiste sociali, mercato-privatizzazioni galoppante).


Gli attrezzi che ci ha fornito Marx sono sempre utili ed efficaci. La specificità della sua analisi sta nella critica dell’economia politica (sottotitolo de “Il Capitale”). Che sostiene la possibilità di un altro calcolo economico: l’umanità dovrebbe tendere a massimizzare, collettivamente, il suo benessere invece di buttarsi a capofitto nella massimizzazione, privata, del profitto. Non è forse il massimo problema attuale? Il capitalismo è però un sistema compatto, non riformabile. Oggi tende anzi a ricreare le condizioni di un funzionamento “puro” che, in nome della totale libertà, si oppone alla nozione di bisogni sociali o di gestione delle sfide ambientali. Che fare? Teniamoci stretto Marx, può servire.

Pubblicato il 

16.05.18..
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