Esteri

Sono oltre centomila i posti di lavoro a rischio entro l’anno grazie (?) al taglio degli ammortizzatori sociali introdotto dal jobs act. Cassa integrazione e contratti di solidarietà, avverte la segretaria generale Fiom Francesca Re David, si stanno esaurendo e la cassa per cessazione di attività è stata abolita.

Il contesto nel quale si manifesta la caduta di tutele rende il quadro ancora più fosco: è in atto un processo di deindustrializzazione dell’Italia, per effetto della crisi. Inoltre si intensifica la fuga di aziende che delocalizzano la produzione a Est (come la belga Bekaert) o magari negli Usa (la Fca fa scuola). Ma è con un esempio positivo, sia pure tra mille contraddizioni, che iniziamo il nostro viaggio.


Se i dipendenti approveranno l’accordo siglato dai sindacati con il colosso indiano dell’acciaio Acelor-Mittal e il governo italiano, l’annosa vertenza Ilva potrà dirsi archiviata, almeno per ora. Dopo le polemiche con il governo Gentiloni e l’ex ministro Calenda, accusati per un accordo non contestabile salvo conseguenze insostenibili, il ministro Di Maio può vantare la soluzione positiva che migliora le clausole precedenti, accogliendo gran parte delle richieste di Cgil, Cisl, Uil e Usb: esuberi zero tra i 13.500 dipendenti, 10.700 assunti subito e i rimanenti che non avranno accettato incentivi all’uscita volontaria (250 milioni stanziati) potranno tornare in acciaieria entro il 2023. Secondo, viene garantito il mantenimento dei diritti acquisiti, compreso l’articolo 18 cancellato dal jobs act. Terzo, vengono accelerati il risanamento ambientale a carico dell’azienda dello stabilimento di Taranto – l’acciaieria più grande d’Europa – e la copertura dei parchi responsabili delle polveri sottili che con la diossina avvelenano operai e popolazione del quartiere Tamburi. L’Acelor-Mittal garantisce una produzione di 6 milioni di tonnellate annue aumentabili fino a 9, ma con lo stesso livello di emissioni. Resta un punto delicato: la non perseguibilità penale dell’azienda per mancato rispetto degli accordi.

L’incoerenza di Di Maio
Ma l’esito positivo («la migliore intesa possibile nelle peggiori condizioni possibili», dice Di Maio) non consente al capo del M5S di esultare: nel programma si prometteva la chiusura dell’Ilva e in base a tale impegno il movimento aveva raccolto il 47 per cento dei voti dei tarantini, da sempre spaccati tra lavoro e salute. La devastazione ambientale provocata nei decenni dall’acciaieria ha acuito la frattura e oggi i delusi dal M5S riversano nelle strade la loro rabbia. L’acciaio è una delle poche voci attive della bilancia commerciale italiana, ma nulla è stato fatto per mezzo secolo per produrlo in sicurezza. Nella crisi dei rapporti tra grillini e movimenti, gli ambientalisti tarantini si aggiungono ai valsusini no-Tav che denunciano il doppio gioco di coloro a cui hanno dato in prestito il loro voto. Ciò non aiuta Di Maio, già schiacciato dall’egemonia salviniana nel governo e nel paese.


A fronte di una vertenza (forse) chiusa, mille restano aperte. Se il caso Fiat è quello più pesante per il disimpegno della proprietà rispetto alla produzione italiana e all’auto in generale e per l’esaurimento della cassa integrazione per migliaia di dipendenti, il caso della Bekaert è il più emblematico. E, grazie anche a un concerto regalato da Sting ai lavoratori ai cancelli della fabbrica di Figline Valdarno, il più noto. La multinazionale belga aveva acquisito l’azienda che produce rinforzi in acciaio per pneumatici dalla Pirelli di Tronchetti Provera. Quando gli utili hanno iniziato a ridursi, la Bekaert ha trovato l’alibi per decretare unilateralmente la chiusura, il licenziamento dei 318 dipendenti e il trasferimento in Romania della produzione: «Hanno cercato un capro espiatorio, noi siamo l’animale ucciso per espiare le loro colpe», dice un delegato. Il clamore provocato dall’“omicidio” ha stretto l’intera comunità intorno ai lavoratori e ai cancelli si è alternata gran parte della politica, dal presidente (di Leu) della Toscana al ministro Di Maio che ha garantito un decreto per ripristinare la cassa integrazione  soppressa dal jobs act e garantire un reddito per un anno ai dipendenti. E si cercano acquirenti per un’azienda tutt’altro che decotta.


Infine, una vertenza che sta dividendo 190 lavoratori, sindacati, sindaci e pacifisti: la Rwm è un’azienda tedesca che produce bombe e mine nel Sulcis, il territorio sardo con il più alto tasso di disoccupazione. Bombe vendute all’Arabia Saudita e utilizzate per spianare lo Yemen e la sua popolazione civile. La Germania, spedendo morte dall’Italia, elude il divieto legislativo alla vendita di armi a paesi belligeranti. E in Sardegna esplode il conflitto tra chi è disposto a concedere nuovo spazio alla Rwm per un poligono sperimentale (le bombe “tirano”) salvo minacciare il trasferimento della produzione in Arabia Saudita, e i pacifisti che chiedono la riconversione al civile.

Pubblicato il 

12.09.18..
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