A briglie sciolte

Nel 1979 la vittoria della rivoluzione sandinista, dopo una lunga guerra di liberazione contro la dittatura della famiglia Somoza, aveva suscitato un entusiasmo simile a quello registrato 20 anni prima con il trionfo dei Barbudos a Cuba. Il progetto sandinista, ripreso in parte 20 anni dopo da Chávez, sembrava aprire nuove vie: economia mista (anche se a predominanza statale), grosso sforzo nell’educazione e nella salute, ampia libertà politica, predominio di valori umanistici (nessuna fucilazione neanche per i peggiori carnefici somozisti). Gli Stati Uniti, che da sempre hanno trattato il Nicaragua come un loro possedimento, oltre ad un asfissiante blocco economico, risposero finanziando e guidando ben presto la guerriglia dei contras, in gran parte contadini arruolati a suon di dollari. Dopo oltre 50’000 morti e un paese economicamente in ginocchio, nel 1990 il governo sandinista perse per pochi voti le elezioni. I vari governi neoliberali successivi si distinsero per la corruzione e l’abolizione di tutti i programmi sociali sandinisti, peggiorando ancora la povertà di buona parte della popolazione.

 

Nel 2007 il sandinismo, sempre ancora guidato da Daniel Ortega (già Presidente dal 1979 al 1990) rivinse le elezioni grazie ad un’alleanza con la parte meno reazionaria del padronato e della chiesa cattolica. A quest’ultima regalò la proibizione di ogni forma di aborto, anche terapeutico, mentre ai padroni l’ormai moderato Ortega propose: lasciatemi il potere politico, nel settore economico potete fare quello che volete. Grazie ad una certa ripresa economica e soprattutto ad aiuti molto sostanziosi del Venezuela, il governo poté reintrodurre la gratuità dell’educazione e della sanità, nonché finanziare molti programmi in settori chiave come l’alloggio e i trasporti. Inoltre, contrariamente ai vicini Honduras e El Salvador, che detengono il record mondiale degli omicidi, il Nicaragua risultava ragionevolmente sicuro. Poi, il faraonico e poco ecologico progetto di un nuovo canale tra Atlantico e Pacifico, il comportamento sempre più autoritario e nepotistico del duo Ortega-Murillo (sua moglie e ora vicepresidente) ma soprattutto un peggioramento delle condizioni degli strati più poveri, in seguito alla recessione che attanaglia l’America Latina e alla quasi scomparsa degli aiuti venezuelani, han cambiato la situazione.


Su consiglio dell’Fmi il governo ha tentato di imporre, senza discuterne né con il Parlamento né con le parti sociali, una riforma pensionistica che diminuiva le rendite e aumentava i prelievi. Il 19 aprile una ridotta manifestazione di pensionati e di studenti fu aggredita e sciolta a ceffoni da parte di gruppi della gioventù sandinista. Fu la miccia che scatenò la rivolta soprattutto nelle università: quando arrivai alcuni giorni dopo, il paese era paralizzato e controllato dall’esercito. Da allora e sino al momento in cui scrivo il paese vive in un clima di quasi guerra civile e ci sono stati all’incirca 130 morti (anche se il numero esatto non lo si conosce), da ambo le parti. Vecchi rancori, risalenti alla guerriglia dei contras, sfociano in omicidi mirati. Sicuramente la polizia anti-sommossa ha usato la forza in modo totalmente sproporzionato, d’altra parte tra gli oppositori si sono infiltrati non solo bande di delinquenti ma anche molti provocatori. Tutti i tentativi di dialogo sono finora falliti, anche perché le posizioni si radicalizzano sempre di più: siamo ad una situazione simile a quella vissuta in Venezuela due anni fa. Ma in Nicaragua l’opposizione è disorganizzata, mentre nel movimento sandinista tutte le voci critiche sono state da tempo eliminate da Ortega. Per il momento non si intravede soluzione: potrebbe esserci un intervento dell’esercito, ancora largamente legato agli ideali sandinisti originari o allora una presa di potere da parte dei settori più reazionari del padronato e della chiesa cattolica. E saremmo a Pinochet.


Per chi, come chi scrive, da anni è legato a questo meraviglioso paese, è una tristissima delusione.

Pubblicato il 

14.06.18..
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