Quanto è costata e continua a costare alle donne la conquista della parità? Certamente molto in termini concreti, di vita quotidiana. Affiancare ad un lavoro sempre più invasivo, anche in termini emotivi, la famiglia con le sue mille richieste materiali, la cura degli affetti, l’attenzione alla forma e/o all’apparenza fisica (sempre più irrinunciabile!), ecc. è un onere pesantissimo, per chiunque! Ma per riuscire a conciliare tutto questo, per far quadrare i conti di un bilancio del tempo in cui le uscite sono sempre più grandi e le entrate non esistono quasi più, le donne sembrano aver perso, forse più degli uomini, enormemente di più e cioè il diritto alla scelta. Scelte anche semplici, intendiamoci, su piccole cose come uno scampolo di tempo libero da ogni “dovere” o l’intrattenere relazioni non immediatamente “utili”, dal profilo lavorativo o di avanzamento sociale, ma relazioni scelte, semplicemente piacevoli, relazioni in “rete”, rassicuranti e culturalmente importanti per le donne. Il discorso meriterebbe un ulteriore approfondimento che questa sede oggi non permette. Resta il fatto che a questo tempo “incatenato” delle donne, esse oggi rispondono, a mio giudizio, in modi molto diversi tra loro. Alcune, soprattutto quelle non più giovanissime, sentendo il peso di questo tempo imposto, a volte con rimpianto, a volte provando sensi di colpa per quanto fatto mancare a famiglia o lavoro piuttosto che a sé, a volte ripromettendosi di riappropriarsi del diritto di scegliere quando la famiglia, il lavoro, la vita lo permetteranno. Altre, sempre più spesso soprattutto tra le più giovani, rinunciando alla propria specificità, uniformandosi sempre più e sempre meglio alle richieste delle società, diventando pragmaticamente uguali agli uomini: se è necessario essere aggressive e concorrenziali sul lavoro, lo si sia; se è necessario essere efficaci, efficienti, razionali e poco emotivi in famiglia lo si sia; se è necessario essere perfettamente e sempre in forma lo si sia; eccetera eccetera. In realtà anche questo atteggiamento, così come il rimpianto, costa moltissimo, soprattutto in termini di cultura, perché impone un approccio alla vita molto maschile, impone cioè di nascondere o archiviare in fondo ai cassetti più bui l’emotività e le specificità femminili. Quanto resta allora di quella che un tempo chiamavamo “cultura di genere”, cioè di quella specificità femminile, di quel modo particolare di intendere le relazioni e l’approccio al fare delle donne, che ci ha fatto credere e lottare per molto tempo per portare tante donne nel mondo del lavoro o della politica, per ottenere posti dirigenziali nell’economia o nella politica così da cambiare l’economia e la politica, rendendola più “umana”, più “naturale”, più “dolce”, più “sostenibile” per tutti? Siamo riuscite, grazie alla fatica fatta, a cambiare qualcosa o è stata la società, l’economia a cambiare noi? È forse questo l’ennesimo regalo avvelenato della globalizazzione? O forse, più semplicemente, le nostre figlie hanno vissuto in prima persona il tempo “incatenato” delle loro mamme, l’obbligo per conseguire il successo nell’economia e nella politica di essere sempre più forti, più competenti, più disponibili, più tutto rispetto agli uomini, la lotta infinita per conquistarsi lo spazio vitale a tutti i livelli? E forse le nostre figlie, di fronte a questo nostro grande sforzo, valutando il risultato del nostro lavoro e del nostro agire, sono riuscite a trovare un cambiamento troppo piccolo, per non dire inesistente, per meritare tanta fatica! Francamente non so dire quanto pesino le ragioni globali ed economiche e/o l’esperienza individuale. Quello che mi pare irrinunciabile è ricordare che sono in atto cambiamenti profondi e radicali che meritano, da parte delle donne, una riflessione. Credo sia allora importante fermarsi un attimo per cercare di capire se siamo noi che stiamo rinunciando a dar valore della cultura di genere, diventando sempre più simili, nel nostri modi d’essere e soprattutto di pensare, ai nostri compagni, o se stiamo subendo il cambiamento imposto dalla società. Nel primo caso c’è da chiedersi se siamo davvero d’accordo con questo cambiamento, nel secondo se non sia il caso di opporre una forte resistenza all’ennesima imposizione della società, ricostruendo relazioni forti tra donne anche di culture diverse, per continuare a difendere il diritto alla differenza.

Pubblicato il 

17.12.04

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