Ha fatto la rivoluzione cacciando lo Scià. Poi la rivoluzione ha mangiato i suoi figli. E lei è fuggita dall'Iran per trovare rifugio in Svezia. Nahid Persson, diventata regista cinematografica quasi per caso, è oggi una delle più attente e critiche osservatrici della realtà politica e sociale del suo paese. Anche se ha il divieto di metterci piede. "Behind the Veil", un film sulla prostituzione in Iran, non era infatti piaciuto al regime islamista di Teheran. Persson ha presentato lo scorso mese di agosto nella Settimana della critica al Festival di Locarno il suo penultimo lungometraggio, "Four Women, One Man": ritratto al contempo toccante, impressionante e divertente di una famiglia composta da un marito, quattro mogli e i loro figli. E proprio questa settimana Persson al Festival del documentario di Amsterdam ha proposto il suo ultimissimo film, "The Queen and I", curioso confronto fra lei e la vedova dello Scià che sarà lanciato in occasione del trentesimo anniversario della rivoluzione, nel prossimo mese di febbraio. L'abbiamo intervistata.

Nahid Persson, lei nel 1979 era un'attivista molto giovane del movimento rivoluzionario che portò alla destituzione dello Scià. Quali erano le sue attese, le sue speranze?
Avevo solo 19 anni, ma come molti altri miei coetanei volevo impegnare le mie energie per distruggere il regime. Tutti volevamo una società più giusta. Eravamo divisi in piccole organizzazioni. Io ero da due anni una militante attiva in un partito comunista. Quando si prospettò l'ipotesi di avere l'ayatollah Khomeini come leader del movimento rivoluzionario fummo d'accordo, purché terminata la rivoluzione sgombrasse il campo e lasciasse il posto ad una società comunista. Ma purtroppo s'impose la Repubblica islamica, che mise fine alla nostra rivoluzione.
Non ve l'aspettavate che il movimento islamista si sarebbe imposto?
No, anche perché i suoi leader avevano promesso che avrebbero rispettato tutte le componenti del movimento rivoluzionario. Invece un anno dopo la caduta dello Scià cominciarono gli arresti di massa. Finirono in prigione anche i miei due fratelli più giovani e molti amici. Sei mesi dopo uno dei miei due fratelli, che aveva appena 17 anni, fu impiccato. L'altro fece molti anni di carcere.
Lei fuggì dall'Iran solo nel 1982. Perché ci rimase ancora per tre anni malgrado gli evidenti pericoli che correva?
Speravamo di poter cambiare il corso delle cose, che una seconda rivoluzione fosse ancora possibile. Ci aspettavamo un appoggio da parte degli Stati comunisti che però non ci giunse. Fra il 1979 e l'82 continuai quindi ad essere molto attiva politicamente e cominciai a scrivere su diversi giornali. Formalmente ero iscritta all'università, ma non avevo tempo per studiare. Poi, nell'82, ritenni più prudente fuggire a Dubai, dove rimasi due anni prima di essere espulsa perché con dei compagni avevamo proseguito il nostro lavoro politico. Giunsi così in Svezia. In breve tempo ci organizzammo e con dei compagni fondammo una stazione radiofonica per gli esuli iraniani in Svezia. Quella radio si rivelò importantissima per sopravvivere, per continuare a tessere dei legami di comunità. Io però smisi ben presto di occuparmi di politica, non ne potevo più, e lasciai che fossero altri ad occuparsene alla radio.
Poi è arrivato il cinema.
Sì, quasi per caso. Fu solo dopo alcuni anni che facevo dei film  professionali soprattutto per la tv svedese che, nel 2004, decisi di iscrivermi ad una scuola di cinema e tv. Sempre nel 2004 girai "Prostitution behind the Veil" ("Prostituzione dietro il velo"). Parla della prostituzione in Iran. Ero già tornata in Iran nel 1999 per girare "End of the Exile" ("Fine dell'esilio"). "Prostitution behind the Veil" è figlio di una rabbia profonda nei confronti della società iraniana: ero furibonda per la quantità di tossicodipendenti e di prostitute che nel '99 avevo visto nelle strade e che il regime sistematicamente nega. Mi ci vollero 5 anni per ottenere i permessi per filmare in Iran.
La lavorazione di "Prostitution behind the Veil" fu costellata di difficoltà.
Sì, in realtà avevo ottenuto i permessi per girare un altro film. Il pretesto era di girare un cortometraggio su due donne anziane che convivono a Teheran. Ma non era facile eludere il controllo della polizia, gli agenti continuavano ad importunarmi. Un giorno ci riuscii, andai in centro e incontrai un uomo che vendeva prostitute. Lui mi condusse nel suo postribolo, le donne erano tutte lì. E le filmai con la camera digitale. Appena uscita due poliziotti mi fermarono e mi condussero al commissariato. Volevano vedere cosa avessi filmato, ma negai di avere con me la camera. In realtà l'avevo in tasca, ma siccome i poliziotti erano due uomini e le colleghe donne erano in pausa non mi poterono perquisire e così salvai il girato. Poi il film uscì, facendo infuriare il regime. Così quando mi trovavo di nuovo in Iran fui arrestata e tenuta per due mesi agli arresti domiciliari. Fu un periodo psicologicamente molto pesante. Mi liberarono solo dopo aver firmato una dichiarazione secondo la quale non sarei mai più tornata in Iran a fare dei film. Non sapevano che mi trovavo in Iran per fare proprio "Four Women, One Man" ("Quattro donne, un uomo"). Dovetti lasciare l'Iran in tutta fretta e mandai mia figlia a finire le riprese.
"Four Women, One Man", il film su una famiglia poligamica, le ha procurato gli stessi problemi?
No, perché non abbiamo quasi mai girato all'aperto. E nessuno tranne la famiglia coinvolta e qualche vicino sapeva che stavamo facendo un film. Non ero preoccupata perché mi interessavo alla vita quotidiana, non a questioni politiche. Non avevo nessuna intenzione di creare ulteriori problemi alla mia famiglia, che ancora vive in Iran.
Come ha conquistato la fiducia della famiglia protagonista del film?
Lui è molto fiero di sé, non vedeva l'ora di mettersi in mostra, di esibire la sua ricchezza e le sue donne in un film. La fiducia delle donne l'ho conquistata in pochi giorni, parlando con loro. Avevano un gran bisogno di comunicare con qualcuno. In breve tempo hanno cominciato a mandare i loro figli a chiamarmi con un bigliettino. Diventai la loro confidente. Ed essendo molto gelose tra di loro, dovevo anche stare attenta a non preferire una donna sulle altre.
Quanto è diffusa la poligamia in Iran?
Non tanto, perché gli uomini che vorrebbero praticarla spesso non hanno abbastanza soldi per potersi permettere più di una moglie. Molto più diffusi sono i matrimoni a breve termine, di un'ora o due, per aggirare il divieto della prostituzione. Una pratica che il regime tollera in tutta cognizione di causa.
C'è dibattito pubblico in Iran sulla poligamia?
In Iran si è molto occupati con altri problemi politici, economici e sociali, questo passa in secondo piano, non è rilevante.
Lei ha appena terminato un altro documentario, "The Queen and I" ("La regina ed io"), nel quale si confronta direttamente con Farah Diba Pahlavi, la vedova dello Scià Reza Pahlavi. Come è giunta all'idea di fare un film con lei?
È successo quando ero agli arresti domiciliari. Uno dei poliziotti che mi interrogava mi disse un giorno "tu devi essere un'amante dello Scià". Dal suo punto di vista l'insulto consisteva nel darmi della monarchica. Tutto questo mi ha incuriosita. E pensandoci mi sono resa conto che sia lei che io siamo entrambe due donne in esilio, malgrado in passato avessimo lottato su fronti contrapposti, lei come regina, io come militante comunista.
Come si è sviluppato il vostro rapporto?
Le riprese del film sono durate due anni, è stato un progressivo percorso di avvicinamento. All'inizio sentivamo molta distanza l'una dall'altra. Poi però ci siamo conosciute sempre meglio e ora stiamo scoprendo di avere molti punti in comune. In fondo la differenza fondamentale risiede ancora nel fatto che io sono rimasta comunista e lei continua ad essere monarchica. Entrambe desideriamo tornare in Iran. Lei vorrebbe restaurare la monarchia, ma sa che io non lo voglio. Lei come persona mi piace molto, è molto aperta e vuole sinceramente che s'istauri la democrazia in Iran, cosa che per me è molto importante. Sono stata anche alla cerimonia annuale che si svolge al Cairo per celebrare l'anniversario della morte di suo marito – ma le ho detto che ero lì per lei, non per suo marito.
Come definisce la vostra relazione?
Non oso definirla di amicizia, perché non so ancora se si fida davvero di me. Ma a volte, in momenti di intimità, sembriamo davvero amiche. E ora che ha visto il film, credo che un po' di fiducia nei miei confronti ce l'abbia.

Pubblicato il 

28.11.08

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