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Lavoro

Una vita da sindacalista

Quarant’anni di esperienza sul terreno, Luca Bondini è testimone dell’evoluzione del movimento sindacale e dei cambiamenti nel mondo del lavoro

di

Francesco Bonsaver

Luca Bondini. A tanti lettori il suo nome non dirà nulla, a molti altri certamente sì. Negli ultimi quattro decenni, Bondini ha consumato innumerevoli suole anti-infortunistiche nei cantieri del Luganese, parlando con centinaia e centinaia di operai, intervenendo sempre quando era necessario a loro favore. Bondini incarna il sindacalista di base, la struttura portante su cui poggia l'organizzazione collettiva dei lavoratori. Senza persone come lui non sarebbe stata possibile “La grande svolta del movimento sindacale” degli anni Ottanta riassunta nel libro di Vasco Pedrina e Hans Schäppi che portò nel pacificato mondo del lavoro svizzero alla costruzione di un sindacato radicato nei posti di lavoro, con una forte capacità di mobilitazione per ambire a creare un contropotere sociale al potere economico e politico.

Di acqua sotto i ponti del fiume Cassarate ne è passata parecchia da quando il giovane sindacalista girava nei cantieri del Luganese negli anni Ottanta in sella alla sua bici. Il modo di lavorare e di fare impresa è radicalmente cambiato ma per Bondini l’essenza del fare sindacalismo è rimasta la stessa: «Esser presenti sui posti di lavoro, parlare con gli operai e cercare di dar loro la risposta più onesta possibile. Solo così puoi essere credibile».


Al sindacato si avvicinò da ragazzo, su spinta del fratello che da apprendista orologiaio lo convinse a iscriversi al Sel invece del Flmo, l’allora sindacato di riferimento degli orologiai. Dopo aver militato nel gruppo giovani del Sel, fu assunto nel Luganese e iniziò a girare nei cantieri. «Erano tempi in cui quando da lontano vedevi il colore della gru sapevi già con quale ditta avresti avuto a che fare. Allora, un’azienda del Luganese non avrebbe mai lavorato nel Locarnese e viceversa».


Erano i primi anni della rinascita sindacale in Svizzera, fatta di una lenta ricostruzione della coscienza collettiva degli interessi della classe lavoratrice contrapposti a quelli padronali. «All’inizio, non fui accolto ovunque sempre bene. Ero la novità, il giovane pischello che girava sui cantieri parlando di rivendicazioni e della necessità di unirsi e lottare per ottenerle» ricorda Bondini.


Alle relazioni con gli operai seguivano quelle con gli impresari. «Era un rapporto diretto. Nella grande maggioranza dei casi, bastava una telefonata all’impresario per sistemare le cose. Oggi è tutto molto più impersonale, burocratico. Il più delle volte finisci col parlare con l’avvocato».


L’esperienza acquisita nello stare in mezzo ai lavoratori e nel rapportarsi coi datori l’ha tramandata a generazioni di nuovi colleghi, facendo loro da maestro. «Anche Saverio Lurati e Gabriele Milani (ex segretario regionale e del Sottoceneri, ndr) fecero i loro primi giri nei cantieri col sottoscritto. In fondo ero quello con più esperienza e disponevo di un certo credito verso gli impresari» ricorda Bondini. Il modo di lavorare è peggiorato o migliorato? «Ogni tempo ha le sue cose positive e negative. Osservo però che il rispetto verso gli operai è andato scemando. Una volta i rapporti umani contavano, ora solo i profitti. Oggi si tira su un palazzo nel giro di due mesi con pochi operai. Il disprezzo si vede anche nei ritmi folli».

 

Con gli anni Novanta arrivò la grande crisi edile, con migliaia di licenziamenti. «Fu un periodo emotivamente molto duro, drammatico» ricorda Bondini. La trasformazione del settore fu radicale, cambiando anche il modo di fare impresa e le modalità di lavoro. «Da copertura dei picchi, la presenza di molti lavoratori interinali nei cantieri diventò la regola». Bondini conosce bene il mondo del lavoro temporaneo. Negli ultimi anni ha ricoperto il ruolo d’ispettore della commissione paritetica del settore interinale. Fu dura smettere i panni di sindacalista al fronte? «Quando mi si presentò l’occasione, la colsi al volo. Era un periodo che ero stanco fisicamente e mentalmente. Fare il sindacalista per trent’anni è impegnativo. Non la paragonerei mai alla fatica di un muratore o di un artigiano. Ma la vita da sindacalista non è una passeggiata. Quando alle sei ti trovi in magazzino, alle sette in cantina, alle otto in cantiere e così via lungo la giornata per poi concluderla a volte la sera con le riunioni d’impresa o di settore, le permanenze in Italia, senza dimenticare le trasferte al sabato per le riunioni nazionali o altri sabati passati a controllare il rispetto del divieto di lavoro sui cantieri, non è poca cosa. Non dico fosse sempre così, c’erano anche dei periodi di calma, ma in generale, si trottava».


Bondini è fatto così: vede sempre sia i pregi che i difetti delle persone. E nelle cose. L’approccio umile è un altro tratto che emerge chiacchierando con lui. Ad esempio quando parla del bubbone del caporalato scoppiato nel maggio 2011 nella costruzione del centro culturale luganese (Lac).

 

All’uso sistematico dell’impiego massiccio d’interinali, si aggiunse la pratica dei subappalti per diminuire i costi sulle spalle degli operai. «L’ernia e l’ulcera penso mi siano arrivate da quel cantiere. La presenza costante sul posto di lavoro si era rivelata essenziale. Devi rompere la diffidenza di operai che non ti conoscono, conquistando la loro fiducia anche attraverso piccole cose. Non devi arrivare con la puzza sotto il naso, con l’arroganza di aver capito tutto. Nella mia vita ho sbagliato molte volte. Col tempo ho imparato ad ascoltare gli operai, i loro consigli su come agire per risolvere il problema. Se bisognava partire duri subito oppure riflettere su come prendere il datore in altro modo. Il mio obiettivo è sempre stato dare una risposta ai bisogni dei lavoratori. Come farlo non era importante, l’essenziale era arrivarci». Si riesce a staccare mentalmente o ci si porta a casa i problemi del mondo? «Purtroppo o per fortuna, non sono mai stato capace: quando gli operai mi chiamavano al sabato per chiedermi d’intervenire, lasciavo la famiglia e andavo da loro. Nessun superiore me lo imponeva. Lo facevo spontaneamente». Gli operai apprezzavano la sua dedizione? «Assolutamente sì. Sono stato fortunato. È un bellissimo mestiere che ti mette in contatto con molte persone, da cui puoi imparare tanto. L’aspetto umano è fondamentale ed è la cosa che ti arricchisce di più».


Se gli si chiede un bilancio della traversata che portò il piccolo Sindacato Edilizia e Legno dei suoi esordi al grande sindacato Unia d’inizio secolo, Bondini non ha dubbi: «Ci ha consentito di conquistare dei progressi importanti nel campo dei diritti dei lavoratori, quali il prepensionamento nell’edilizia. Anche il passaggio a Unia era necessario. C’erano e ci sono troppi settori dove vige il deserto sindacale con paghe da fame. Di negativo forse, il fatto di essere diventati da generalisti un po’ dispersivi nella nostra azione». Uno slogan non lo ha mai abbandonato lungo questi anni: «Chi non lotta ha già perso. Ed è proprio così. È inutile lamentarsi se non reagisci».


Tra i numerosi aneddoti della sua vita professionale, con cui si potrebbe scrivere un libro, ce n’è uno che lo ha particolarmente scosso. «Una decina d’anni fa, per conto della Paritetica interveniamo in un cantiere per verificare il rispetto del ferie estive obbligatorie. Al nostro arrivo, un ragazzo nordafricano scappa. Non siamo poliziotti, non lo inseguiamo. Finiamo l’intervento col resto dei presenti e ripartiamo. Sfortuna vuole che incrociamo il ragazzo mentre siamo in auto. Lui inizia a correre e si butta nel vuoto facendo un volo di una decina di metri. Incredibilmente non si fece nulla di irreparabile, tanto che guarì nel giro di pochi mesi. Lo so perché poi diventammo amici. Mi raccontò di essersi buttato perché nel suo paese quando l’autorità ti prendeva, voleva dire botte e torture».

 

Finì bene, ma la vista del ragazzo spiaccicato a terra è rimasto impresso nella sua mente, anche ora mentre si appresta a iniziare una nuova fase della vita. Un pezzo di storia sindacale ticinese andrà a godersi il buen retiro in Spagna. Avrà nostalgia del mestiere? «Ora come ora, mi godo lo stacco. Ne avevo bisogno. Sono arrivato al punto in cui non volevo più andare avanti. Probabilmente è solo per colpa mia, ma così è». Se sarà un umarèll particolarmente puntiglioso su sicurezza e condizioni di lavoro, è probabile. La leggenda vuole che sia già intervenuto in un cantiere spagnolo. Auguri di meritato riposo allo storico sindacalista e buona fortuna agli impresari spagnoli che lo incroceranno. Ne avranno bisogno.

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Giovedì 19 Gennaio 2023

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